Bossi: a Bologna ho rischiato di morire

Il Senatùr ricorda il secondo drammatico ricovero. «Berlusconi mi è stato molto vicino»

Adalberto Signore

da Roma

Torna a parlare dei giorni più duri Umberto Bossi. Quelli che l’hanno visto a un passo dalla morte, prima durante l’interminabile attacco di tosse che l’ha colpito all’alba dell’11 marzo dello scorso anno, poi nelle lunghe settimane passate in coma farmacologico in attesa di un qualche segnale di miglioramento. Il Senatùr aveva già raccontato il suo travaglio in più di un’occasione, parlando sempre con affetto della famiglia e non dimenticando i momenti difficili. Il più difficile è arrivato nell’estate del 2004, quando - racconta Bruno Vespa nel suo libro Vincitori e vinti. Le stagioni dell’odio dalle leggi razziali ad oggi - fu ancora una volta sul punto di morire. «Quando fui ricoverato a Bologna - ricorda Bossi - ho avuto un episodio più grave del precedente e sono stato vicino alla morte. Una mattina mi svegliai in sala operatoria, vidi un fiume di gente e riconobbi il medico che mi aveva curato in Svizzera. Aveva fatto un sacco di strada per venirmi a trovare». Dall’ospedale di Varese, il Senatùr fu prima trasferito in una clinica svizzera, poi trasportato a Bologna in una struttura privata a partecipazione svizzera per una fase preriabilitativa. Fu qui - racconta Bossi - che «avvenne il nuovo gravissimo episodio».
Il Senatùr si dice soddisfatto di come si è comportato il Carroccio durante la sua assenza. «I dirigenti - spiega - sono cresciuti, sono maturati politicamente. Il movimento ha saputo trovare un suo equilibrio, non ci sono state liti per ragioni di potere». E ha parole di «gratitudine personale» nei confronti di Silvio Berlusconi. La malattia, il Senatùr e il premier l’hanno ripetuto più volte, ha cementato la loro amicizia. «Le sue visite - dice Bossi - sono state importanti. Berlusconi sa fare le cose, non abbandona i suoi alleati». Poi, il leader del Carroccio si dice certo che debba essere lui il candidato premier della Cdl: «Non vedo chi possa fare meglio di lui, è assolutamente insuperabile, il solo che possa tenere insiema la coalizione».
Solo su un punto l’intesa tra i due non è perfetta, la riforma della legge elettorale. «Se la maggioranza della coalizione ha deciso di cambiare, non potevo fare la guerra. Nel proporzionale i voti si contano, a me piace anche pesarli. Abbiamo fatto i nostri conti: potremo aumentare il numero dei parlamentari, ma questo non vuol dire che aumenterà la nostra capacità di condizionamento». Piuttosto, «non capisco Berlusconi». «Se c’era uno che aveva tutto da guadagnare restando nel maggioritario era lui. Ma ha dovuto fare i conti con gli alleati. Pazienza. Il problema, in ogni caso, è di fare gli interessi della gente. E questo è possibile anche con il proporzionale».