Bossi-Casini, quella cordiale trattativa a insulti

«Non conti niente, ridicolo», «hai bevuto un rosso di troppo», «sei uno stronzo», «e tu un trafficante di banche». Non si sono mai amati e non se lo sono mai mandato a dire. A rimetterli tutti in fila, i battibecchi fra Umberto Bossi e Pier Ferdinando Casini, ci si può costruire una discussione da ring, roba da domandarsi come diamine abbiano fatto, e lo hanno fatto, a stare assieme al governo, pochi mesi nel ’94 ma poi ben cinque anni dal 2001.
Non fanno finta: quello che li lega è l’odio che può intercorrere fra un ex democristiano orgoglioso e un anti-democristiano che non ha mai cambiato idea. Così, delle due l’una. O Silvio Berlusconi è un visionario, a sperare di farli ricucire, oppure c’è qualcosa che lui sa e noi no. La seconda che hai detto, direbbe Corrado Guzzanti in versione Quelo: c’è qualcosa su cui lui conta. È il fiuto. Quello di due animali politici, l’Umberto e Pierferdy, che non a caso da decenni ormai navigano acque agitate senza mai veder affondare la propria nave. Da che esistono, Lega e Udc non ne sbagliano una. Se fino a qui, esperienza di governo a parte, hanno viaggiato su binari paralleli, da qui in poi, per un impietoso contrappasso, i loro destini sono incrociati, di più, interdipendenti.
La Lega ha bisogno di un governo forte per varare il federalismo, sua ragione sociale. E proprio sul rafforzamento del governo l’Udc gioca la partita più importante, basti pensare al pressing della Chiesa a favore di un accordo col Pdl contro il troppo laicista Fli. «Casini è il nemico, vuole Berlusconi morto» diceva Bossi l’altro giorno bocciandone una volta di più l’ingresso in maggioranza. «Bossi stia tranquillo: i posti se li può tenere tutti per lui, noi non siamo interessati: prenda tutte le seggiole che può, noi vogliamo solo dare una mano a evitare di mettere in ginocchio il nostro Paese» ha replicato ieri Casini.
Sempre meglio di quel che si dissero a febbraio, con Bossi a sghignazzare: «Casini non conta niente, la gente se la ride dell’Udc», e Casini a rintuzzare: «L’onorevole Bossi dice che non contiamo nulla e non valiamo niente ma parla sempre di noi. Mi viene il dubbio che abbia capito bene: siamo l’unico argine, al Nord come al Sud, a lui e alla Lega». Per non dire dei botta e risposta estivi. «Non so dire se il simpatico Umberto è stato vittima di un colpo di sole o se ha bevuto qualche bicchiere di troppo» diceva Casini il 22 agosto, replicando al veto del Senatùr sull’Udc al governo. «Casini è uno stronzo, è quel che rimane dei democristiani, di quei furfanti e farabutti che tradivano il nord», rilanciava Bossi il 24 rispondendo al leader Udc che gli aveva dato del «noto trafficante in banche e quote latte».
In un crescendo di tensione fino a settembre, quando il «sono porci questi romani» del leghista convinse il centrista a minacciare una mozione di sfiducia individuale con Pd e Idv. È il fiuto. Botte sul ring, come chiedono gli elettorati ai rispettivi leader contro il leader avversario. Ma è giù dal ring che si vince l’incontro.