Bossi: con il federalismo parte il rinnovamento

Castelli: «Scatta una grande campagna di verità, al referendum la spunteremo»

Luciano Gulli

nostro inviato a Torino

C’è il caldarrostaio calato con la moglie dalle valli del Cuneese, e quelli che servono polenta e zola (salsiccia, in alternativa) che inalberano il cartello: «Sì alla polenta, no al cous cous». Ci sono Guerino ed Elia, vestiti da pastori bergamaschi dell’Ottocento, con tanto di cornamusa, e il gazebo dal quale esalano effluvi di un provvidenziale vin brulé, vista la temperatura che oscilla intorno allo zero. Presenti i venditori di panettoni piemontesi (piemontesi? I panettoni?) incartati rigorosamente in una stagnola di colore regolamentare (verde: come, se no?), e le donne di Treviso con le loro gerle colme di radicchio. L’Associazione collezionisti ha messo all’incanto (fra il molto altro) le banconote da «cent mila» e da «cincentmila» con la faccia di Bossi, mentre Paolo Moglia, sotto la sua tenda, fornisce «consulenza assicurativa padana».
L’aria è quella della sagra paesana. Le bandiere son quelle della Lega. Sugli striscioni c’è scritto: «Finalmente padroni a casa nostra».
Sono venuti in cinquemila, partendo all’alba dai più lontani recessi della Padania, per stringersi intorno a Umberto Bossi e ai suoi ministri e per festeggiare con loro la cosiddetta devoluzione contenuta nella riforma della Costituzione, approvata in via definitiva il 16 novembre scorso dal Senato. Si sono dati appuntamento ai Giardini Reali e poi, in corteo, urlando slogan da stadio all’indirizzo della folta comunità extracomunitaria torinese («Liberiamo Torino dalla zavorra», il più gettonato) sono arrivati fino in piazza Castello. Grande giornata, commenta uno di Mogliano Veneto. «Peccato solo questa stonatura», e col mento indica il monumento dedicato «dai Milanesi all’esercito sardo (il dì 15 gennaio 1857»). «Che c’entrano i sardi?», stupisce infastidito il fan. Lui, Bossi, arriva per ultimo. Incerto il passo, malferma la voce, ma lo sguardo è quello di sempre: quello del vecchio tribuno visionario che ha visto tradursi in realtà (salvo referendum) il suo sogno federalista. Cinque, sei minuti. Tanto resta Bossi sul palco. Il tempo per ringraziare i fedelissimi e spronarli ai futuri traguardi e il tempo di ricevere le ovazioni che «quest’uomo straordinario merita», come poco fa incitava un banditore dal palco.
«È la globalizzazione che impone il federalismo. E qui siamo solo all’inizio di un grande processo di rinnovamento», dice il Senatùr. Ancora un’esitazione nella voce, e poi: «Il federalismo non l’ho inventato io. La Lega ha il merito di essere stata la prima a capirlo. Ora andremo in giro per tutta l’Italia a spiegarlo, perché non è vero che il federalismo va bene solo per il Nord».
«Bossi, Bossi, Bossi...» scandisce la piazza. E lui: «Libertà, libertà, libertà...».
Gli fa eco il ministro per le Riforme Calderoli: «Nel 2006 ci aspettano due passi importanti: primo, vincere le elezioni politiche; secondo, vincere anche il referendum». Intanto, aggiunge Calderoli, conviene festeggiare come si conviene il Natale, aggiungendo all’albero altre «53 palline, quante sono le modifiche della Costituzione compresa la devoluzione». E il tridente, la formazione d’attacco della Cdl per le prossime elezioni composta da Casini, Berlusconi e Fini? Calderoli, al riguardo, non risparmia qualche sarcasmo. «Quando ho sentito parlare di tridente mi è venuta subito in mente la forchetta, ma non ditelo in giro, perché se lo sente Mastella arriva subito», scherza con la folla, suscitando ondate di ilarità.
Celentano e il tormentone del «rock» e del «lento». «Molti si chiedono se Prodi sia rock – dice Calderoli - ma v’immaginate una mortadella che fa il rock?». Quanto agli altri leader della Casa delle libertà, ecco la personale classifica di Calderoli: «Berlusconi è il più rockettaro che c’è in giro ma forse fa un rock un po’ anzianotto. Fini invece lo vedo un po’ rigido nel ballo, mentre Casini mi sembra più portato al ballo del qua qua».
Più sobrio, come si conviene a un ministro della Giustizia, Roberto Castelli. «Oggi da Torino parte una grande campagna di verità – dice forte nel microfono -. Perché quando tutti gli italiani conosceranno i contenuti reali della riforma federalista voteranno convintamente sì». Un successo, quello che la Lega ha scelto di festeggiare a Torino, che è merito di Bossi, sottolinea Castelli. Ma anche dei ministri della Lega, «che nella strada delle riforme hanno portato le croci più pesanti».