Bossi: "Niente sciopero fiscale ma protesta in cinque tappe"

Il leader della Lega precisa le modalità della "battaglia" contro le tasse: prevediamo iniziative graduali per garantire la gente, evitando che chi protesta possa essere perseguito con l'accusa di evasione fiscale. La cautela del Carroccio non dispiace agli alleati. Ma l'Unione non ci sta: "Si punta a disgregare la società"

Roma - «Non è uno sciopero fiscale, ma una protesta». Umberto Bossi torna sull’iniziativa contro le tasse annunciata a metà agosto da Ponte di Legno e spiega che «il programma procederà per step». «Prevediamo cinque o sei passaggi - dice il Senatùr - da attuare uno alla volta così da garantire la gente». A cosa si riferisca, in verità, ancora non è chiarissimo. Perché i termini e i modi in cui si svilupperà il cosiddetto «sciopero fiscale» sono tutti da decidere. Nell’incontro di Lorenzago si è convenuto che bisogna «garantire i cittadini». Evitare, insomma, che chi aderisce alla protesta venga poi perseguito con l’accusa di evasione fiscale. Per questo il pagamento delle imposte sarebbe effettuato, ma destinato alle regioni invece che all’erario centrale, così da mettere in moto una protesta che crea disagi ma senza reati. Questo anche per non ripetere l’esperienza di una decina di anni fa, quando in molti seguirono gli inviti di Bossi a non pagare il canone Rai ritrovandosi sulle spalle multe salatissime.

Nel dettaglio, però, quella che oggi Bossi chiama «ribellione» è ancora tutta da decidere. Proprio per questo il Senatùr e i colonnelli del Carroccio si sono dati appuntamento per domani pomeriggio a via Bellerio, per mettere nero su bianco una strategia. Partendo, come sempre, dalla lettura politica di Bossi, che mostra di ritenere una favola il cosiddetto nuovo tesoretto («non credo che esista») e invece una possibilità il voto anticipato («l’unica cosa in cui credo è che arrivata l’ora di andare alle elezioni»). «Se Montezemolo bacchetta Prodi sulle tasse - ha spiegato il Senatùr intervenendo a una sagra padana nel Vicentino - è perché si è ricreduto e vede la realtà». Di certo c’è che Bossi ha deciso di abbassare un po’ i toni, dopo che a metà agosto aveva lanciato l’idea dello sciopero fiscale conquistandosi le prime pagine di tutti i giornali.

Una scelta di cautela che ha anche l’obiettivo di rassicurare gli alleati. Tanto che Roberto Calderoli si affretta a dire che da parte di Bossi «non c’è alcun passo indietro». «L’abbiamo detto dal primo giorno, la protesta della Lega - spiega - non sarà uno sciopero fiscale ma una rivolta perché si paghino le tasse ma alle regioni piuttosto che allo Stato». È lo strumento «più efficace», gli fa eco il vicecapogruppo alla Camera Roberto Cota, «per far capire al governo che o si fa davvero il federalismo fiscale oppure si muore».
La scelta di cautela della Lega non pare dispiacere agli alleati. Così - mentre Roberto Maroni invita l’esecutivo a «restituire il maltolto con un decreto legge, senza aspettare la Finanziaria» - da An la protesta fiscale viene definita «sacrosanta». «A differenza dello sciopero - spiega Adolfo Urso -, sbagliato e controproducente». A questo punto, «sicuramente in molti parteciperanno a iniziative che possono essere condivise da tutta la Cdl». D’altra parte, dice il segretario della Dc per le Autonomie Gianfranco Rotondi, pur essendo quella di Bossi «una provocazione» è chiaro che «il problema esiste». E anche l’azzurro Osvaldo Napoli giustifica la protesta leghista rapportata alle parole del viceministro Visco. «L’extragettito - dice il deputato di Forza Italia - è un falso politico e ideologico: nei 4 miliardi in più non c’è un solo centesimo recuperato dalla lotta all’evasione. Quei soldi sono frutto di una rapina con la forza della legge consumata ai danni di contribuenti inermi».

Nettamente contraria resta l’Unione. «Si invita a violare le regole e si punta a disgregare la società», ammonisce Massimo Donadi, capogruppo Italia dei valori alla Camera. Neppure Marco Rizzo, eurodeputato del Pdci, usa mezze misure, ma lancia pure un messaggio a Prodi. «Bossi - attacca - incarna i sentimenti di egoismo sociale delle forze reazionarie del nostro Paese. Il governo deve fare una vera e propria inversione di rotta, altrimenti tradisce il suo rapporto con le fasce popolari».