Bossi non ci sente: «Casini è un trafficone, peggio che avere Fini»

RomaIl messaggio di Umberto Bossi è forte e chiaro. E, per il premier, può diventare più preoccupante delle pur logoranti schermaglie con Gianfranco Fini e i suoi pasdaran: se si incrina l’asse con la Lega, e gli obiettivi iniziano a divergere, la terra sotto la maggioranza inizia a tremare davvero. Bossi dice senza peli sulla lingua quale obiettivo intenda perseguire: altro che ricuciture e voti di fiducia sui famosi 5 punti, «bisogna andare alle elezioni comunque, il voto è l’unica possibilità perché non si può andare avanti così». E guai ad allargare l’alleanza ai centristi: «Casini è un trafficone, se entra lui è peggio di avere Fini», ha tuonato ieri. Tantomeno praticabile un’intesa con il nuovo partito dell’ex leader di An: «Noi abbiamo le nostre idee, non ci interessa, per un voto in più, non riuscire a combinare più niente»
Certo, il pressing sulle elezioni serve anche a dare un’arma al Cavaliere per ricondurre i finiani a più miti consigli, ma per il Carroccio il voto anticipato è ormai l’opzione principale. I sondaggi resi noti da Silvio Berlusconi ai suoi, durante il vertice di venerdì, attribuiscono alla Lega un balzo in avanti che la porta quasi a raddoppiare i consensi, rispetto al 2008, arrivando a quota 15% su scala nazionale. Il che lascia presagire sfracelli elettorali nelle regioni del Nord, anche ai danni del Pdl (che secondo le cifre ufficiali date dal premier sarebbe al 36%) e delle sue truppe parlamentari, ma fa pensare anche ad uno sfondamento anche al di sotto del sacro Po.
Mercoledì, nella villa di Lesa sul Lago Maggiore, Berlusconi e Bossi avranno il primo confronto diretto post-agostano. Ma il Senatur l’altra sera, agitando lo spadone di latta con cui era impegnato ad impartire investiture ai «crociati di Martinengo» addobbati in cotta di maglia, si è fatto precedere da un avvertimento: niente corteggiamenti verso l’Udc: la golden share della Lega dentro la maggioranza non si tocca. «Ho detto a Berlusconi che con Casini. Si ricordi che noi sappiamo dire basta».
Berlusconi ieri ha sorvolato sulla sfida anti-Udc di Bossi: «L’importante è che l’Italia abbia un governo, il resto non conta». Mentre Casini ha replicato sarcasticamente agli attacchi bossiani: «Non so se il simpatico Umberto sia vittima di un colpo di sole o di un bicchiere di troppo, ma non corriamo alcun rischio di trovarci assieme». Il leader centrista sottolinea che «le elezioni anticipate converrebbero solo alla Lega, e non credo che il presidente del Consiglio voglia tornare alle urne», e ribadisce che il paese «ha bisogno di un governo che governi», ricordando che «noi abbiamo già chiesto a Berlusconi di aprire una fase nuova, e siamo sempre pronti ad un governo di responsabilità nazionale».
In casa berlusconiana, però, la sfida leghista viene presa molto sul serio: il Carroccio, spiega un alto dirigente parlamentare del Pdl, «col voto anticipato ha davanti a sé una strategia win-win: se il centrodestra vince, si ritrova al governo e con molti più parlamentari. Se invece il centrodestra perde al Senato, come è possibile, Bossi giocherà la carta di un governo di “unità nazionale”, tirando dentro il Pd, che non aspetta altro, e magari affidandone la guida a Tremonti». Quel Tremonti che, racconta un altro partecipante al vertice Pdl, «l’altra sera parlava solo di voto anticipato e parlava come Bossi».
Con il Pd, al di là degli scontri di facciata, il Carroccio ha stabilito alcuni solidi legami, come dimostra l’appoggio bossiano alla riconferma di Errani alla testa della conferenza dei presidenti di Regione e quella di Chiamparino all’Anci. E ieri anche Fassino e Bersani si sono dati da fare per ricucire lo strappo avvenuto con il mancato invito di Roberto Cota alla Festa nazionale del Pd. E se Umberto flirta con la sinistra, «noi dobbiamo avere una strategia alternativa: non possiamo consegnarci a Bossi», ragiona il dirigente Pdl. L’ipotesi suggerita a Berlusconi per arginare i ricatti degli alleati, Fini da un lato e Bossi dall’altro, è quella appunto di aprire a Casini, sulla base di un programma che tenga fermo il federalismo caro alla Lega ma introduca temi cari all’Udc, per indurli ad un rapporto che «potrebbe diventare anche un patto federativo», e fornirebbe al Cavaliere una nuova sponda dentro la coalizione. E Bossi, annusato il pericolo, ha già aperto il suo fuoco di sbarramento preventivo.