Bossi prende ripetizioni «leghiste» poi infiamma il teatro stracolmo

Il Senatùr chiede a Bruno Ravera cosa significhi «che l’inse» E durante il comizio ripete la frase del Balilla scatenando i presenti

Prima s'informa al caffè Balilla e chiede al fido Ravera che vuol dire «Che l'inse». Poi, dopo la gaffe dell'anziano candidato che confonde gli austriaci con i romani, riprende il piglio di sempre e spiega che, in fondo, anche loro erano occupanti. Infine, il motto della Lega in Liguria, lo ripete al suo popolo e scrosciano gli applausi. Umberto Bossi ha fatto il tutto esaurito l'altra sera al Teatro della Gioventù di via Cesarea dove, insieme a Francesco Bruzzone e a Edoardo Rixi, ha presentato i suoi candidati Maurizio Balocchi e Bruno Ravera. Circa 500 persone lo hanno osannato mentre parlava di lavoro, di pensioni, di Tfr rubati, di extracomunitari, di Veltroni.
«Il candidato del centrosinistra, fratellino di Prodi che ha rovinato l'Italia - ha detto il Senatur - fa come quello che va al bar e dice, da bere per tutti, ma pagate voialtri. No, gli italiani non sono mica scemi». Tutti a ghignare. Tutti in piedi. Tutti a spellarsi le mani. Tutti a urlare «Bossi, Bossi, Bossi».
In platea pochini in giacca e cravatta, soltanto quei pensionati che escono la sera una volta ogni tanto. Gli altri sono persone normali, di mezz'età. Artigiani, impiegati, titolari di piccole imprese, professionisti, operai. Tra di loro anche tanti giovani. Molte donne, che ascoltano la rappresentante del sindacato dei lavoratori padano con molto interesse. Ma il pubblico vuole il Senatur. Insomma gli elettori e i sostenitori della Lega hanno un volto e sono di origine popolare. Un paio di guardie padane hanno presidiato il palco. Fuori gli agenti della Digos. Davanti al Doria quattro camionette di polizia e carabinieri in discreta attesa. Nessuno è intemperante. Nessuno urla slogan irriverenti. Nessuno ha voglia di menare le mani. Un popolo civile, insomma, che si è seduto lì a teatro soltanto per ascoltare e acclamare il suo capo. E nessuno ha interferito. No global, centri sociali, comunisti. Non si sono visti. Tutto, quindi, è filato liscio. Tanto che, quando il senatùr dopo un'oretta di comizio elettorale, è uscito dalla porta principale come gli altri per salire sulla sua auto, ha stretto la mano, per ringraziare, a un agente della Digos e a uno dei carabinieri in borghese.
«Padania libera, Liguria libera, Genova libera - tuona Bossi - Che l'inse. La Liguria è lo sbocco al mare della Padania. Siamo uniti. Facciamo parte della stessa terra. Dobbiamo impegnarci per contare davvero a Roma. La globalizzazione voluta dai massoni e dai comunisti è fallita. Volevano vincere le elezioni con il voto degli immigrati, ma non ci sono riusciti. Prodi ha svenduto tutto quello che c'era da vendere in Europa di italiano lo ha venduto. Nessuno si meraviglia che poi abbia fatto il presidente della Ue».
Ancora tutti a ridacchiare. Scrosciano gli applausi. «I camalli - tuona ancora Bossi - nei tempi passati erano in gran parte di origine bergamasca. Senza Genova e il suo porto Milano e la Padania non avrebbe potuto sviluppare quella forza imprenditoriale e industriale che è prima nel paese e in Europa. Con Tremonti ci siamo battuti per destinare a Genova l'IIT e ci siamo riusciti. I genovesi sono un popolo di persone intelligenti, di commercianti, imprenditori e operai che hanno voglia di lavorare, mica di farsi prendere per i fondelli da Prodi e dai romani. Li conosco i liguri. A mia moglie piace andare al mare a Alassio tutti gli anni».
Poi parla di pensioni. «No ai tagli delle pensioni - dice Bossi - inutili le false promesse del centrosinistra. Non cadiamo nei loro tranelli. In Lombardia la gran parte dei furti nei supermercati sono fatti da anziani. Rubano pane e carne per mangiare. È una vergogna di Prodi. Al limite della rivolta popolare. Come quella manovra della Regione Liguria a favore degli immigrati. Prima la casa agli italiani. Prima sistemiamo e diamo il lavoro ai nostri giovani. Prima pensiamo ai nostri concittadini». Viene giù il teatro della Gioventù dagli applausi. Tutti in piedi con la speranza di vincere alle prossime elezioni.