Bossi a Prodi: l’Italia è stufa di te «Lascia stare i sindaci del Nord»

Il leader leghista: il governo vuole abbattere chi difende la legalità. Con gli alleati? L’accordo si trova. In corteo La Russa e Ronchi di An

da Milano

Sono i sindaci sceriffi le nuove star della Lega. Alla manifestazione di piazza Duomo sfilano più acclamati delle majorettes e persino delle Miss padane. Umberto Bossi impone sulle teste dei primi cittadini lo spadone della resistenza al nemico Romano Prodi: «Siamo con voi contro la follia di un governo che vuole abbattere i sindaci, destituirli e imporre la sua volontà. Prodi, non ce la farai, non vinceranno i tuoi prefetti, lascia stare i sindaci! Il Paese è stufo di illegalità».
In piazza sventola l’orgoglio lumbard, dopo che dalle leghiste Cittadella e Caravaggio è partita la sfida al governo sotto forma delle due delibere che impongono un reddito minimo agli immigrati e vietano i matrimoni agli irregolari. Hanno fatto proseliti e a protestare sono duecento sindaci, avvolti non nel tricolore ma in una fascia verde con su scritto: «Difensore dei cittadini». Eloquente come lo slogan che apre il corteo: «Il sindaco con la gente, lo Stato col delinquente».
L’allarme è alto e Bossi lo rilancia sui centomila che hanno raggiunto il Duomo lungo due cortei: «È una vergogna che in democrazia chi non è d’accordo venga defenestrato come avvenuto per il generale della Guardia di Finanza». Il Senatùr, come d’abitudine, non fa nulla per tenere bassi i toni: «Prodi non va a casa neppure con il fucile, è un vecchio democristiano attaccato alla poltrona. La verità è che il governo ne combina proprio di tutti i colori».
Volano parole grosse. Il sindaco di Cittadella, Massimo Bitonci, racconta le vicissitudini dell’avviso di garanzia per aver tentato di frenare «l’invasione dei barbari». Fulvio Tosi da Verona scalda le masse attaccando «il governo di m...». La sindachessa di Lecco, Antonella Faggi, riadatta all’occasione la parola d’ordine dei partigiani antifranchisti: «Non passerà lo straniero clandestino e irregolare». In tanta foga oratoria rimane spiazzato un celodurista come Mario Borghezio, fiero della fascia in testa da tigrotto di Padania: «Non saremo mai servi di Roma, mai musulmani e schiavi dei terroristi».
Silvio Berlusconi non c’è perché è stato invitato a rimanere a casa onde evitare che rubasse la ribalta al Carroccio. Ignazio La Russa, che con i colori di An cerca di unirsi alla massa verde, fischiato lascia il corteo dopo pochi passi. Con lui anche il portavoce del partito, Andrea Ronchi.
Grande assente il sindaco di Milano, Letizia Moratti. Avrebbe dovuto essere sul palco accanto a Bossi e ai primi cittadini lumbard, all’ultimo momento ha declinato l’invito «per motivi familiari» e ha consegnato un messaggio al suo assessore Massimiliano Orsatti. «La speranza è che la prossima volta ci sia anche lei con questi sindaci coraggiosi» commenta laconico lui. Qualche fischio, poi Roberto Calderoli chiede un applauso per «la signora con gli attributi che lotta per la sicurezza».
Giù dal palco, Bossi non risparmia punzecchiature al Cavaliere: «Se il nostro rapporto va bene? A Natale bisogna dire di sì. Comunque abbiamo sempre cercato l’amicizia». Poi la battuta colorita: «Ha bisogno dei nostri voti. La Lega ce l’ha più grosso di lui». Di Partito della libertà non se ne parla: «So un c.... io, ho sentito Berlusconi ma non gli ho chiesto niente. La libertà ce l’abbiamo noi». Prende su di sé il ruolo insolito del mediatore: «Sono nato rivoluzionario e adesso sono diventato pompiere. Fini e Casini mi telefonano, secondo me l’accordo si trova». Ad essere arenato, dice il leader della Lega, è il dialogo tra Berlusconi e il segretario del Pd, Walter Veltroni: «Silvio ci ha provato ma adesso è tutto fermo. La verità è che bisogna cambiare la legge elettorale per evitare il referendum. Se passa il referendum, la legge è già fatta». Di nuovo attacchi a Prodi: «La Lombardia ha votato una richiesta di federalismo, il governo deve rispondere».
L’ex ministro Roberto Castelli se la prende con i senatori a vita che reggono il governo: «Un vulnus intollerabile per la democrazia». Poco lontano uno striscione va decisamente oltre, con offese macabre a Enzo Biagi e Rita Levi Montalcini. Scivoloni di massa.