Bossi: «Prodi, il tempo è scaduto» Poi frena i suoi: niente secessione

Ora il premier teme la protesta del Nord: «No ad azioni illegali»

nostro inviato a Venezia

La parola proibita si alza dagli oltre cinquemila di Riva degli Schiavoni mentre Umberto Bossi lascia il palco: secessione, secessione. Il Senatùr ritorna al microfono e corregge: «Indipendenza». La secessione passa attraverso azioni violente, l’indipendenza no. «Se si potesse fare un referendum, come è possibile nei Paesi democratici, l’indipendenza del Nord vincerebbe sicuro. Questo sceglierebbe la nostra gente. Noi siamo qui per fare ruggire il Liòn di San Marco. I tricolori sono simboli che non ci appartengono». Proprio di fronte a lui, sventola la bandiera italiana che la signora Lucia Massarotto appende al balcone a ogni raduno padano. Poi, pugno chiuso teso in avanti: «Padania libera, questo è il nostro programma, è il grido che non fa dormire i mangioni di Palazzo Chigi, è l’eredità che lasceremo ai nostri figli. Andremo fino in fondo, a costo della nostra vita». E Bossi se ne va, stanco, salutato come allo stadio dal lancio di pezzetti di carta colorata sparati in aria e dai fumogeni, verdi come le camicie indossate da tutto lo stato maggiore leghista.
Da anni non si sentiva più parlare di secessione ai raduni del Carroccio. Bossi e i suoi inneggiano soltanto alla «libertà dalla schiavitù». «Quella che ci hanno regalato i Savoia e quel cretino di Garibaldi, che credeva di stare dalla parte della gente e invece era un lacché nelle mani del re», ha ripetuto il Senatùr. «Roma ha portato la schiavitù ovunque sia arrivata con i suoi eserciti. Lavoratori, imprenditori, tutti noi siamo i nuovi schiavi di questo Paese centralista, altro che il fascismo, molto di più! La gente tira via il pane di bocca ai figli per pagare i balordi di Roma. Ma le schiavitù finiscono sempre, e anche questa terminerà. Canaglie, la fine sta arrivando». Poco prima, Mario Borghezio aveva usato espressioni più colorite: «Fannullopoli, svendopoli, affittopoli, facciadimerdopoli: mai più le nostre belle palanche a uno Stato che ha le sembianze del vecchio sporco schifoso usuraio».
Bossi ha rilanciato il messaggio al presidente del Consiglio: «Dobbiamo dire a Prodi che vogliamo il federalismo. Il tempo è scaduto ed è arrivato il momento. Vedremo se sarà facile per lui e i suoi accoliti fermare 10 milioni di lombardi e veneti. Roma ha portato via tutti i quattrini alle città della Padania che non ce la fanno più ad andare avanti e muoiono di inquinamento. Oggi lanciamo la protesta perché il cuore del problema sono i soldi. Prodi ha promesso che a metà settembre ci saremmo visti a parlare di federalismo ed è arrivato il momento». Il presidente del Consiglio, ieri a Bologna, non ha fissato appuntamenti a Bossi, ma ha criticato la protesta fiscale lanciata da Venezia: «Tutte le cose che sono contro la legge non possono avere l’approvazione dei cittadini italiani».