Bossi rassicura il Sud: sarà un federalismo gentile

Il Senatùr: chi voterà no per sempre nostro nemico Maroni: «Criminali stranieri in galera a casa loro»

nostro inviato a Venezia

Poeta e profeta, intenerito dal pellegrinaggio di tre giorni lungo il Po, Umberto Bossi lancia il «federalismo gentile». Dal palco sulla laguna di Venezia ondeggiante sotto i colpi di un vento freddo, il Senatùr passa alla fase due: approvato il federalismo, ora bisogna farlo digerire anche agli scettici. «Gentile» per i tanti del Sud che hanno fatto ore di pullman per ascoltare il leader padano, ma anche per i parlamentari che presto lo affronteranno alle Camere. «Il testo andrà adesso in commissione - dice il ministro delle Riforme - dove si litiga molto. Poi arriverà in aula, dove si finge di non litigare». Ma per una riforma gentile non c’è bisogno di scontrarsi troppo, è il suo messaggio.
Se invece si va allo scontro, ecco l’Umberto con il pugno alzato. «Sull’approvazione del federalismo divideremo gli amici dai nemici e i nemici lo saranno per sempre». Cioè, «tanto per capirci, non avranno più tante speranze di prendere voti sopra il Po». Pioggia di applausi dei ventimila che lo ascoltano sulla riva degli Schiavoni, fratelli, patrioti, amici padani che sopportano il diluvio, la bora e infine un sole impietoso, «il sole delle Alpi che bacia i belli», dice il lirico Senatùr che sbarca con largo ritardo alle 14.
È un happening quello di Venezia, con il rito dell’acqua di Po, Piave e Tagliamento versata in laguna, Zuleika Morsut che canta «Va’ pensiero», il garbato Borghezio che garantisce «vogliamo l’indipendenza come gli osseti, saranno abkazi per Roma», e il «vangelo secondo Gentilini» declamato dal suo stesso autore («gli islamici vadano a pregare nel deserto, basta giudici del sud nelle regioni del nord, via i veli e i burqa perché potrebbero nascondere un mitra tra le gambe»). Roberto Castelli giustifica: «Qui non si parla con la ragione ma con il cuore».
E il cuore celebra il federalismo fiscale approvato giovedì in Consiglio dei ministri, anche se Bossi prudentemente avverte: «Non sarà facile farlo passare perché molti sperano ancora che ritorni la prima Repubblica. Invece occorre obbligare i politici a fare le scelte giuste e a non buttare i soldi, i soldi mica crescono sugli alberi, sono frutto del lavoro del Nord, teste di c... di Roma ladrona».
Ma il federalismo non è il protagonista unico della festa galleggiante. La Lega è anche la faccia di Luca Zaia, ministro veneto dell’Agricoltura orgoglioso di disertare i convegni e sporcarsi le scarpe di terra quando parla con i contadini. Ed è la coppia Maroni-Tosi, ministro dell'Interno e sindaco-sceriffo di Verona, un binomio sempre più affiatato sui temi della sicurezza. «Dicono che siamo intolleranti - esclama il numero uno del Viminale -, è vero, vogliamo la tolleranza zero con i delinquenti, i clandestini, i tifosi violenti, le sanatorie». Da Maroni arriva anche un secco «no» al voto agli extracomunitari. La sua ricetta per svuotare le carceri non è il braccialetto elettronico (proposto nei giorni scorsi dal guardasigilli Alfano) ma «mandare in galera a casa loro i criminali stranieri. Nel 2003 fu firmato un accordo con la Romania, è ora di farlo rispettare». E promette che «chiuderemo tutti i campi nomadi abusivi. Sono una vergogna, con i bambini costretti a convivere con i topi e mandati dai genitori a rubare e chiedere l’elemosina».