Bossi: "Renzo delfino? È ancora una trota..."

Il Senatùr sul Monviso protegge il figlio dal tam tam mediatico: &quot;Mia moglie si incazza. È curioso delle cose importanti, come tutti i ragazzi. Poi esalta il federalismo: <strong><a href="/a.pic1?ID=290065" target="_blank">&quot;Con noi il Paese cambia&quot;
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Pian del Re - Arriva poco dopo mezzogiorno sotto il sole che picchia, lui e un amico di Varese. I big della Lega si affacciano in ordine sparso alle pendici del Monviso, e nemmeno lui, Renzo Bossi, si sottrae al rito. L’unica differenza con i vari Calderoli, Cota, Borghezio, Bricolo è che il figlio del leader del Carroccio evita i giornalisti come degli appestati. I fotografi no, quando urlano di voltarsi lui lo fa, magari di malavoglia, però sorride e si mette in posa per il clic. Ma non è che gli piaccia: si fa riprendere perché così mette in mostra la maglietta. Una polo verde padania, il pugno chiuso col dito medio alzato e la scritta «Schiavi di Roma mai».

Renzo, l’ombra del padre. Dall’Umberto, nella prima intervista dopo la malattia, ricevette una sorta di investitura per il futuro della Lega. Da tempo lo accompagna in numerose uscite pubbliche. Ormai partecipa ai vertici con Berlusconi. E qualcuno aveva scritto che ieri sarebbe stato lui, alle sorgenti del Po, a riempire la sacra ampolla. Quando stava bene lo faceva il Senatùr; da qualche anno tocca ai figli dei leghisti piemontesi chinarsi e raccogliere l’acqua. Fosse toccato al figlio del numero uno, sarebbe stata una nomina sul campo.
Quanto peso sulle spalle di un ragazzo di vent’anni al quale due bocciature hanno impedito di superare l’esame di maturità. Così il giovane erede designato ieri ha scelto il profilo basso, bassissimo, quasi rasoterra. E a liberare il campo dagli interrogativi sul suo ruolo è stato il padre. Un giornalista gli chiede se davvero suo figlio è il suo delfino. Bossi la butta sullo scherzo: «Delfino? Per ora è una trota. È curioso, come tutti i ragazzi, si interessa alle cose più importanti».
La trota è lontana quando suo padre lo ribattezza così. È seduto con altri ragazzi su uno sperone di roccia poco distante dalla tribunetta allestita accanto alle sorgenti del fiume. La sera prima era arrivato in zona con il Senatùr, aveva dormito nello stesso albergo di Barge, ma al Pian del Re c’è venuto per conto suo, un’ora e mezzo prima che spuntasse l’Audi blu ministeriale. Per un momento Renzo cattura l’attenzione della piccola folla, ma subito si mimetizza tra i giovani padani. Parlano di telefonini che non prendono, hai Tim o Vodafone, devo spostarmi di tanto da qui, dove si mangia, a me toccherà il solito panino.

Il passatempo preferito è però respingere gli assalti dei cronisti. Ogni volta un siparietto, ogni volta lo stesso vincitore e lo sconfitto di turno. Una bionda dell’emittente Vp è quella che ci prova con maggiore insistenza. «È la prima volta che sei qui?». «Io non parlo». «Che dici di quello che scrivono i giornali?». «Io non leggo i giornali». «Oggi ci sarà il passaggio di consegne?». «Mio padre è in grandissima forma». «Insomma non vuoi parlare». «Tu sei libera di chiedere, io di tacere». «Ok, ciao». «Padania libera». Ma appena quella si allontana, Bossi jr s’informa su che televisione sia Vp e dove trasmette.

La bionda non è passata inosservata. La gente lo osserva. Discorsi da barbiere. È il figlio dell’Umberto. Sì sì, è proprio lui. È uguale. Stessi capelli, stesso naso, stessa voce. Ma è così giovane. Cota e Calderoli gli fanno cenno di raggiungerli al microfono, ma lui rifiuta. Preferisce chiacchierare con un’altra biondina, una giovane padana molto carina con camicia verde, shorts e fidanzato. Mentre parla il papà, Renzo non si scalmana in urla e slogan, si limita a battere le mani. Al termine si dilegua inosservato. Non si ferma neppure al ristorante del Pian della Regina dove lo stato maggiore leghista fa onore a polenta e capriolo.

Suo padre non ha gradito il tam tam mediatico sul figlio. «Mia moglie si incazza», confessa Bossi. Nel comizio se la prende più volte con i giornalisti, scherzando ma non troppo. «Sono cose scritte per dividere», è il commento prevalente tra i capi del Carroccio. Quando il numero uno deciderà di mollare, lo farà a modo suo: sicuramente non a mezzo stampa. Intanto il delfino è retrocesso a trota. Un pesce di fiume come il Po, un paragone dettato dalle circostanze. Ma anche un pesce di allevamento: si tratta di tenerlo nelle vasche, dargli da mangiare e aspettare che cresca.