Bossi, il riposo del guerriero: "Ma sarò con Tremonti alla festa di Veltroni"

Il sentùr andrà alla convention del Pd a Firenze e dice: "Do 7- al governo e 7 alla Lega. Berlusconi si merita 8 e mezzo"

nostro inviato a Ponte di Legno (Brescia)

Ha i bioritmi e il fuso orario di un conte Dracula amabile e compagnone. Casualmente, dimora pure in un castello. Umberto Bossi non cambia abitudini e metabolismo neppure a Ferragosto: di giorno dorme, quando scende la sera balza in piedi come un grillo e comincia la sua lunga notte di lotta e di governo.
Ponte di Legno, come sempre: ospite nel maniero che domina il borgo, antica e gloriosa costruzione del suo grande amico leghista Bruno Caparini, il Senatùr si fermerà fino a lunedì. Riposo e animazione, secondo personale tradizione. Riposo per sé, animazione per la sua gente. L'agenda è piena: vigilia che inizia alle diciotto pochi chilometri sotto, a Edolo, ascoltando in piazza la fanfara dei carabinieri, e che prosegue poi a oltranza nel palazzetto di Ponte per le selezioni di miss Padania. Questa sera, il clou di Ferragosto che tutti quanti aspettano: discorso alla festa delle Lega. Tra un impegno e l'altro, cene con famiglia e amici fedeli. Atteso a ore uno dei più fedeli, Giulio Tremonti. Con lui, programmerà la scampagnata più clamorosa dell'estate: la visita alla Festa del partito democratico, a Firenze. Tutti e due insieme, in delegazione ufficiale. Spiegandone i motivi e la filosofia, non usa giri di parole: «Meglio avere un nemico in meno. Non bisogna chiudere le porte in faccia a nessuno...». Il disegno è chiaro e più volte annunciato: per arrivare al federalismo, si tratta con chiunque. Fosse pure il demonio in persona.
È lunga la prima notte, inaugurazione stagionale del relax. Bossi dimostra chiaramente d'essere molto più roccioso di tanti olimpionici. Lui è il vero superman, non i sollevatori di pesi turchi o i lottatori coreani. Parlando amabilmente, apre e manda in fumo quattro scatole di toscani, marca «Garibaldi». Senza problemi. Né per Garibaldi, né per il fumo. Mentre agli altri cadono le palpebre come tende oscuranti, lui spazia. È un rapace notturno. È il conte Dracula della Valcamonica. Prima di ritirarsi all'alba nel suo castello, ha parecchie cose da dire.
Il dito medio, culto e afflizione di quest'ultima fase estiva: «È ancora qui - mostra con sorriso vagamente diabolico - non me l'hanno tagliato...». Lo descrive come un'arma cui abbia momentaneamente messo la sicura. Ma solo momentaneamente. Molti dei suoi, là fuori, sono ansiosi di vedere se magari, questa sera, per un botto di Ferragosto, toglierà la sicura e punterà di nuovo verso Roma questa sua devastante arma sfollamameli.
Ma c’è tanto da parlare ancora. Bossi vuole spendere due parole in chiave critica, ma molto lusinghiera, per il film sul Barbarossa del regista Martinelli, con Raz Degan nelle vesti di Alberto da Giussano (la prima, nei prossimi mesi, a Milano): «Troppo bravo, Martinelli. Il film è venuto molto bene. Solo lui può fare film così...».
Passa un'anziana signora, lo delizia con il suo saluto: «Ministro, tanti auguri...». Lui ringrazia sentitamente. Ma quando si allontana, ha anche una vena di recriminazione: «Se poi ogni tanto ne venisse anche una giovane...».
È il Senatùr di sempre, tale e quale il giovane Umberto della prima ora, il sognatore temerario di tanti anni fa, quando teneva in piedi le osterie fino a mattina, gigionando di cose domestiche e affabulando di progetti impensabili.
Come allora, sono discorsi al vago aroma rurale, totalmente privi delle venature mondaneggianti che screziano le memorie di tante personalità nazionali. In questo, Bossi resta inguaribilmente unico e irripetibile: un politico che sa di terra, di fiumi e di montagne. Gli è sempre dolce, anche in questa nottata che albeggia già verso ferragosto, tornare ai luoghi e ai tempi delle radici. «Io e mio fratello, anche se stavamo a Cassano Magnago, sentivamo il grande richiamo del Ticino. Papà lo sapeva e cercava di riempirci la giornata con mille incombenze, ma noi sbrigavamo tutto in fretta per scappare in bicicletta giù al fiume. Si facevano chilometri attraverso i boschi di Besnate, sempre con la fionda tra le mani. Purtroppo, una volta un nostro amico di Gallarate ci morì, nel grande fiume: si tuffò e picchiò la testa. Una disgrazia terribile».
Beve acqua e menta, molta acqua e menta. Si concede solo uno Jaegermeister, «quello che piace tanto a Tremonti». Le memorie si rincorrono com’è possibile solo nel riposo estivo, cullate dal silenzio e dalla tranquillità. Ricorda nonna Celeste, socialista e perseguitata del fascismo. Ricorda come il nome di Padania, ragione delle sue lotte e utopia della sua politica, sia un marchio reinventato da lui stesso in prima persona: «Ci riunivamo nel Parlamento di Bagnolo San Vito. C'erano varie proposte in ballo. Io scelsi Padania, perché richiamava subito il grande legame con il Po. Il nome è sacro: non si può combattere una guerra in una terra di cui non si conosce il nome...».
C'è anche un richiamo all’ultimo viaggio in Lapponia, per i Mondiali delle non-nazionali: «Grossa esperienza. I prossimi, fra un paio d'anni, li organizzaremo in Italia. Tra Milano e Verona». Una battuta alle Olimpiadi: «Tra Italia e Cina è meglio l’Italia». C’è anche un impegno per la Georgia: «Se la Ue lo chiede, possiamo mandarci dei soldati». C’è la volontà di ridurre i costi dei libri per le famiglie: «Io ho diversi figli, i libri costano troppo. Bisogna farli durare cinque anni. La matematica è sempre la stessa, però i testi cambiano ogni volta. Non è possibile». Per il momento, fa lui il maestro e dà i voti ai primi cento giorni di governo: «Sette meno al governo. Sette alla Lega. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Berlusconi si merita 8 e mezzo. È stato bravo e ha fatto anche il miracolo di Napoli».
È lunga la notte di Umberto Bossi. Troppo lunga per fisici troppo normali. Mentre sullo sguardo sbarrato dell'uditorio di amici e giornalisti si accende la scritta «game over», lui concede il rompete le righe e si ritira nella sua fortezza. Dove comunque, raccontano gli intimi, non va a dormire prima delle otto. Nota di servizio per gli avversari: se contano di prenderlo per sfinimento, fanno meglio a cambiare strategia.