Bossi: «Sì al referendum e poi trattiamo»

Il leader del Carroccio: «Il prossimo passo è trattare per dar vita al federalismo fiscale»

Adalberto Signore

da Roma

No all’accordo con l’Unione per le presidenze delle commissioni parlamentari e via libera alla campagna referendaria in vista del voto sulla riforma federale del 25 e 26 giugno. Con qualche accortezza (i leader non faranno parte del Comitato per il «sì») e alcuni distinguo (i tempi con cui l’Udc metterà in moto la sua macchina vengono definiti «biblici»), ma con la volontà di impegnarsi a fondo fino all’ultimo giorno. E una convinzione: per vincere la partita non bisogna politicizzare il voto.
Sono le undici e mezza di mattina quando a Palazzo Grazioli iniziano ad arrivare alla spicciolata i leader della Casa delle libertà per mettere a punto la strategia per le prossime settimane. Seduti intorno al tavolo per il primo vertice dopo le elezioni amministrative ci sono Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Sandro Bondi e Aldo Brancher per Forza Italia, Gianfranco Fini per An, Roberto Calderoli per la Lega, Pierferdinando Casini, Lorenzo Cesa e Rocco Buttiglione per l’Udc. È il Cavaliere il primo a parlare, raccontando l’incontro di mercoledì mattina con i giovani del Motore azzurro e assicurando un loro impegno sul territorio a favore del referendum. Che, spiega, non dovrà essere impostato né come una chiamata alle armi contro il governo Prodi né come un voto pro o contro la Lega. Perché, è il ragionamento del presidente di Forza Italia, in questa riforma non c’è solo la devoluzione. Insomma, spiega Berlusconi mostrando i primi manifesti che sono stati buttati giù, bisognerà puntare sul merito. D’accordo sulla strategia Fini, anche lui pronto a esibire il materiale preparato dai comitati per il «sì» di An. «Da parte della Cdl - spiegherà più tardi il portavoce del partito Andrea Ronchi - c’è la volontà di valorizzare questo appuntamento in maniera conseguenziale ai quattro voti a favore della riforma dati in Parlamento». Sulla stessa linea anche Casini che tiene a ribadire la necessità di «un approccio laico e non dogmatico al problema». «Vogliamo evitare - spiegherà uscendo da Palazzo Grazioli Buttiglione - una politicizzazione esasperata». Anche perché - fa notare Berlusconi - «è quello che vorrebbe l’Unione». Considerazione su cui è d’accordo pure la Lega, tanto che in queste ultime 48 ore Umberto Bossi è andato più volte predicando cautela con i suoi. «La verità - è il ragionamento del Senatùr - è che se questa riforma la spieghi terra terra la gente ti dà ragione. Per esempio, chi è che non vorrebbe la riduzione del numero dei parlamentari?». Così, quando in mattinata il leader della Lega legge il commento di Angelo Panebianco sulla prima del Corriere della Sera (oggetto di attenzioni anche durante il vertice) decide di prendere la palla al balzo. E formalizza la sua linea, niente affatto politica e tutta puntata sul merito. Con un’importante apertura alle perplessità di parte dell’Udc (ieri durante l’ufficio politico Casini ha polemicamente chiesto a Marco Follini se il suo «no» fosse «un pretesto») e pure ad alcuni settori moderati del centrosinistra. «Sottoscrivo a pieno - spiega Bossi in un’intervista al direttore della Padania Gianluigi Paragone - quanto dice Panebianco. Non stoppiamo le riforme ma perfezioniamole». E ancora: «Votiamo sì e poi sarò il primo a dire che dobbiamo aprire un tavolo per completare e sistemare la riforma e dare il via al federalismo fiscale. Ma una vittoria del “no” bloccherebbe il processo di cambiamento».
Un’apertura quella di Bossi che va incontro alle perplessità delle ali più moderate degli schieramenti. In linea con la scelta di non coinvolgere i leader della Cdl nel Comitato per il «sì», non per sfilarsi dalla partita ma - è la riflessione che si fa durante il vertice - per renderlo accessibile senza imbarazzi alla cosiddetta società civile (avrebbero già aderito 35 costituzionalisti). A Palazzo Grazioli si parla anche dei prossimi passi dalla campagna elettorale sul territorio a quella televisiva. «Martedì - spiega il presidente dei Riformatori liberali Benedetto della Vedova - andremo da Petruccioli per chiedergli cosa intende fare la Rai». Intanto si mobilita anche l’Unione. «Se si voterà per una rivalsa contro Prodi - dice da Firenze il presidente del Comitato per il “no” Oscar Luigi Scalfaro durante una fiaccolata per “salvare” la Costituzione - si farà un danno alla Carta e al popolo». «Se passerà il “no” - controbatte Della Vedova - la Costituzione resterà ancora mummificata».
Ma a Palazzo Grazioli si discute anche dell’eventuale intesa sulle presidenze di commissione. E il «no» della Cdl è preceduto da un piccolo botta e risposta tra Berlusconi e Fini. Con il primo che critica la sua eccessiva disponibilità sulla commissione Esteri e il secondo che spiega di non aver certo pensato alla poltrona ma alla possibilità di dare alla Cdl una posizione di prestigio da cui tutelare la politica filoatlantica.