Bossi: «Lo sapevo, quest’Europa è fallita»

Adalberto Signore

nostro inviato a Pontida

«Dai Umberto, andiamo sulla rampa di lancio», scherza Giancarlo Giorgetti indicando i tre scalini che separano Bossi dal palco della sua prima Pontida dopo la malattia. Mancano pochi minuti a mezzogiorno e il Senatùr, «l’uomo che discende dall’Alberto da Giussano», è ormai a pochi passi dal suo traguardo più atteso. Qualche attimo e finalmente Bossi tornerà ad essere «il condottiero della Lega», l’unica cosa che abbia mai fatto e voluto fare prima che l’11 marzo del 2003 uno scompenso cardiaco lo colpisse fino a farlo quasi cadere. È un attimo, un solo attimo e quel lungo e doloroso tunnel imboccato più di due anni fa non sarà più così buio. Bossi sale sul palco, saluta il prato di Pontida che mai ha visto così pieno, si fa scappare un «grazie, grazie» rivolto ai suoi e inizia finalmente a vedere la prima luce. Certo, il Senatùr non sarà più quello di prima, e questo lo sa lui e lo sanno le migliaia di leghisti che lo amano e acclamano senza sosta. Ma quando si gira verso Giorgetti e guardando quei tre scalini dice «sono pronto a partire», il buio è già un ricordo.
Con lui, su quel palco che sancisce «il ritorno più atteso», c’è ancora una volta la moglie Manuela. Che lo accompagna in quella che forse è la battaglia più difficile. Tornare davanti alla sua gente, segnato nel fisico ma con la stessa fierezza e grinta di sempre. Il braccio sinistro è ancora immobile e l’andatura affaticata, ma Bossi parla e la sua voce è più forte e squillante di quando nel febbraio scorso si affacciò dalla casa di Carlo Cattaneo a Lugano. L’emozione sembra più controllata e il fisico, nonostante il caldo asfissiante, più tonico. Anche le abitudini sono quelle di un tempo, al punto che arriva con un’ora di anticipo e rivoluziona la scaletta degli interventi.
Il primo pensiero è per «l’anno difficile». «L’ho superato - dice - grazie alla Lega e ai militanti della Lega che mi hanno accompagnato ospedale per ospedale. Io sapevo di non essere solo». «E oggi - aggiunge con un singhiozzo che ha qualcosa del pianto mentre Manuela gli stringe addosso - sono a Pontida per ricominciare». Poi una pausa e il popolo della Lega gli tributa l’ovazione più attesa: «Bo-ssi, Bo-ssi, Bo-ssi». Lui li guarda emozionato e con lo sguardo fisso nel vuoto, poi con la mano li segue e cadenza il ritmo del suo ritorno alla vita.
Parla di federalismo e assicura che su questo punto «abbiamo tenuto la Lega lontana da ogni compromesso». «In passato - dice - abbiamo stipulato un patto di desistenza ma siamo sempre gli stessi». Una pausa, uno sguardo ai suoi, le migliaia e migliaia sul prato ma pure i tanti dirigenti sul palco. Dietro le quinte ci sono anche i tre figli avuti con Manuela: Renzo, Roberto Libertà e Sirio Eridanio. E proprio lui, il più piccolo, cattura l’attenzione di tutti scorrazzando tra i gazebo e buttandosi in continuazione addosso alla mamma. «L’avevamo detto che senza dazi e senza cambiare le regole del Wto - riprende Bossi - le imprese sarebbero fallite. Oggi tocchiamo con mano la situazione di crisi». Poi l’attacco all’Europa che «non ha fatto nulla». «Noi abbiamo lottato contro questa Europa che voleva legalizzare la pedofilia. Io sapevo che sarebbe fallita ed ero l’unico. Ci ha pensato la storia a fermarla».
Dopo 12 minuti, il «guerriero» tira il fiato. Ma la pausa è breve e quasi subito riprende il microfono a cuffia per tornare a tuonare: «La mia fede non è stata scalfita dalla malattia. Sono qui per sguainare la spada della libertà dei popoli che fu di Alberto da Giussano. Siamo la Lega di sempre, quella che ha fede nella famiglia». Poi elogia Castelli, ricorda «gli amici» come Tremonti, Brancher e Urbani («a lui piacciono le belle donne») e urla il suo «no» al partito unico: «Noi ce l’abbiamo già, si chiama Lega». Un pensiero va «ai leghisti che non ci sono più». «Qui - dice con il trasporto di chi sa di esserci andato vicino - uno muore e non lo ricorda più nessuno». Il tributo è per Roberto Ronchi, «il primo volontario di Bergamo».
Simo alla fine. E l’entusiasmo di Bossi sta tutto nelle sue battute. «Alla biondina che mangia pesce e beve vino» (una dirigente sul palco) ma pure al suo autista Maurizio: «È la settima volta che mi dici di salutare anche quelli di là, allora prendi il microfono e fallo tu». Applausi e un «Pa-da-nia-Pa-da-nia» ritmato qualche minuto insieme a tutti i presenti. La voce si fa un po’ stanca e lui tranquillizza la folla: «Ce la faccio, ce la faccio. L’unica che può gridare senza microfono è la Rosy (Mauro, ndr) che si allena con il marito». «Oggi - le ultime parole prima di scendere dal palco e abbracciare la moglie e i figli - siamo finalmente qui a Pontida. È la mia festa, la mia storia. Insieme non ci faremo fermare da nessuno».
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