Bossi sarà a Palazzo Madama per il varo della devoluzione

Il leader della Lega sta preparando la trasferta. Mercoledì il voto finale del Senato

Adalberto Signore

da Roma

Un pensierino ce l’aveva fatto già un mesetto fa, pochi giorni prima del voto della Camera sulla devoluzione. Ne aveva anche parlato al telefono con Giulio Tremonti e Giancarlo Giorgetti ma poi, alla fine, si era deciso di lasciar perdere. Perché i tempi erano ormai troppo stretti e, soprattutto, perché il vero appuntamento da non perdere è quello della settimana prossima al Senato, quando - se non ci saranno incidenti - la riforma federale diventerà legge dello Stato. «Lì sì che non mancherò», aveva detto ai suoi con un pizzico di nostalgia subito dopo il via libera di Montecitorio lo scorso 20 ottobre. E pure Giorgetti, che aveva passato buona parte della seduta con il telefonino in mano, confermava ai suoi vicini di scranno: «Il capo è contentissimo, ha detto che al Senato ci sarà anche lui». Insomma, per la prima volta dopo la malattia, mercoledì prossimo Umberto Bossi dovrebbe tornare a Roma per festeggiare l’ultimo atto di una riforma di cui si sente a tutti gli effetti il padre. Un’intenzione trapelata anche ieri sera quando parlando a una festa del Carroccio a Desio (Milano) il Senatùr ha affermato: «Tra pochi giorni si parla del federalismo, piano piano andiamo avanti».
Con l’aiuto di Giorgetti e Rosy Mauro, il leader della Lega ha cominciato a organizzarsi già da qualche giorno. Potrebbe arrivare nella capitale già martedì, ma più probabilmente mercoledì, visto che il voto di Palazzo Madama - calendarizzato ieri dalla conferenza dei capigruppo del Senato - non dovrebbe arrivare prima delle otto di sera. Di certo, come si era già pensato in occasione del voto della Camera, sarà ospite di Aldo Brancher, sottosegretario alle Riforme di Forza Italia, da sempre uomo vicinissimo alla Lega e al suo leader.
Sarebbe anche per questa ragione che negli ultimi giorni il Carroccio ha forzato un po’ la mano, chiedendo ripetutamente che il voto in Senato arrivasse già mercoledì. E, forse, non è un caso che già quattro giorni fa Giorgetti fosse sicuro che il voto sulla devoluzione sarebbe stato calendarizzato per mercoledì. Insomma, questa volta il Senatùr sembra deciso a non ritrovarsi nella scomoda situazione di venti giorni fa, quando alla fine rinunciò a scendere a Roma anche perché non c’era stato il tempo necessario per organizzare logisticamente la trasferta. Così - nonostante Roberto Calderoli si limiti a dire che se venisse «sarebbe una bella sorpresa per me e per tutti gli altri, non solo della Lega ma anche della Casa delle libertà» - pare proprio che mercoledì Bossi parteciperà alla «festa» al Senato. Anche perché - sarebbe stato il ragionamento del Senatùr - se anche questa volta Berlusconi sarà in Aula durante il voto c’è il rischio che l’attenzione si concentri tutta su di lui facendo passare in secondo piano la paternità della riforma.
Ieri, intanto, dopo che la devoluzione è stata calendarizzata è ripreso il consueto muro contro muro tra maggioranza e opposizione. L’Unione accusa la Casa delle libertà perché è «indecente» che «il Senato sia piegato ai ricatti della Lega» e annuncia che farà intervenire tutti i suoi senatori con singole dichiarazioni di voto. Il centrodestra, da parte sua, si prepara a chiamare gli italiani alle urne perché - dice Calderoli - «modifiche della Costituzione di così vasta portata devono essere valutate dal popolo e non solo dal Parlamento». Insomma, il giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, sarà «la Lega in primis» a chiedere il referendum confermativo. Che - dice Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato - «si terrà nella seconda quindicina di giugno», senza che vi sia «nessun pericolo di ingorgo istituzionale».