Bossi scatenato: guerra agli insegnanti del Sud

Il leader del Carroccio apre a Veltroni: "Dialogo sul federalismo". Poi attacca: "Mai più schiavi di Roma". E sulla scuola: "Non lasceremo martoriare i nostri figli da gente del Sud"

Roma - Sì al dialogo col Pd, via subito al federalismo fiscale, stop agli insegnanti del sud al nord e dito medio all’indirizzo di un passaggio indigesto dell’inno di Mameli. Sintetizzando, Bossi contro tutti.
Quello che si è presentato ieri al congresso della Liga Veneta, in corso nell’hotel Sheraton di Padova, è un Senatùr scatenato e per nulla provato dalla nottata appena trascorsa in laguna alla festa del Redentore.

Anche se l’esordio, dal palco dell’assemblea, sulle prime aveva sorpreso i più per i toni inusualmente concilianti. Un dolcetto all’indirizzo di Walter Veltroni a cui, dopo lo strappo di sabato per l’appoggio incondizionato a Silvio Berlusconi in tema di giustizia, Bossi riserva grandi aperture: «C’è spazio per il dialogo con l’opposizione» ricorda. Non solo, «siamo pronti ad accogliere le loro proposte anche sul federalismo» ribadisce, confermando che «non ci sarà una chiusura al Pd e a Veltroni». Una posizione sufficientemente netta e a rischio malumore di cui parlerà più avanti con lo stesso Berlusconi che dice di non avere ancora sentito perché «mi sembra che abbia cose più importanti da fare in questo momento che parlare con me».

Rotto il ghiaccio e scaldati i motori, in pista scende un Bossi «prima maniera». Nel mirino c’è il bersaglio grosso. Si parte dall’Inno nazionale: «Non dobbiamo essere più schiavi di Roma, l’inno dice che l’Italia è schiava di Roma (in realtà si parla della Vittoria ndr)... io dico toh!» con dito medio alzato a suggello del concetto.

Un ouverture che introduce ad antichi cavalli di battaglia in cui il nemico da combattere è «la canaglia centralista». Con un esercito di «quindici milioni di uomini disposti a battersi per le loro libertà» e contro «questo Stato fascista» perché «è arrivato il momento, fratelli, di farla finita». Entrato nei temi cari, il Senatùr punta diritto al dibattito sul federalismo fiscale e sulla perequazione tra le regioni più ricche e quelle più povere. A cui non si dice contrario in assoluto a patto che «sia giusta e non come adesso dove chi più spende ha più soldi dallo Stato», cioè «uno schifo, una truffa». Nel futuro immediato, spiega, ogni regione dovrà vivere con «i soldi che produce». Con una sorta di ammortizzatore, la perequazione, per quelle realtà meno produttive, ma stop all’invio di soldi a Roma per poi vedere «sindaci costretti ad andare con il cappello in mano nella capitale». Un cambiamento che riguarderà anche il criterio attuale di trasferimento dei fondi sulla base della «spesa storica», un principio, chiarisce Bossi, che intende «togliere di mezzo col federalismo». Che, ricorda, non è «la storia solo mia, ma è la storia nostra». Un processo che intende compiere insieme a «milioni di persone», con il Senatùr «in aula» e il popolo «giù a lottare».

Il tempo di ricaricare e ad essere bombardata è la scuola, in agenda subito dopo il federalismo. Colpevole, a detta di Bossi, di essere appannaggio di insegnanti meridionali: «Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente non del Nord». Un problema molto sentito, dice, «perché tocca tutta la famiglia». E a sostegno il leader del Carroccio cita un esempio e parla di un «nostro ragazzo (forse il figlio), bastonato alla maturità perché aveva presentato una tesina sul federalista Carlo Cattaneo». «La Padania - ha aggiunto - ormai nel cuore di tutti» e per questo «ai bambini insegniamo che non siamo schiavi e non lo siamo stati». Bossi termina con le «investiture». Quella immediata, di Flavio Tosi, primo cittadino di Verona «uomo abbastanza politico e bravo anche come sindaco» a prossimo governatore del Veneto e, in prospettiva, di Luca Zaia che prima di spiccare il volo «deve pensare a fare bene il ministro e a risolvere il problema delle quote latte che hanno ammazzato i nostri allevatori». Cosa per cui Bossi promette battaglie a Bruxelles. L’ultimissima è però per l’attuale presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: «Stia attento - avvisa -. Continui ad insultarci e vedrete che risultati otterrà. Chi mal agisce mal finisce».