Bossi si defila, guerra Maroni-Calderoli

Bobo: "Ho seguito il capo". L’altro Roberto: gli accordi erano diversi. Ma il Pdl sospetta il bluff

Roma - «Non capisco tutto questo stupore sul voto della Lega e sul sottoscritto, abbiamo seguito le indicazioni di Bossi, se altri non hanno voluto farlo, problemi loro...». Il Maroni che si confida con i suoi, nel giorno in cui i giornali lo indicano come nuovo capo del Carroccio post-Bossi, sembra più bossiano che mai. «Bobo» non ci sta ad essere dipinto come il frondista contrapposto a Bossi, sabotatore dei patti tra il capo della Lega e Berlusconi. Dopo 24 ore di consultazioni (e una telefonata col premier) Maroni si decide a fare una dichiarazione ufficiale: «Nella Lega c’è un gruppo compatto, c’è la guida salda di Bossi, tutto il resto sono ricostruzioni fantasiose. Il voto su Papa è stato coerente e non ha avuto nessuna ripercussione sul governo». Un maroniano di ferro, big lombardo, lo spiega ragionando a voce alta: «Non c’è nessuna competizione tra Roberto e Bossi, è una montatura. Si sentono e si vedono regolarmente. Spesso capita che sia lui a convincere Bossi sulla linea da seguire». Quindi la frecciata che prova la correttezza dell’analisi fatta dal vicecapogruppo Pdl Massimo Corsaro («Siamo andati sotto per un congresso a voto segreto della Lega»): «Finché Berlusconi si fida di Reguzzoni e dei suoi giannizzeri non può capire che Bossi aveva detto sì all’arresto di Papa».
Questa è però una delle campane, in un partito che ne ha diverse all’opera e che si muove su più piani. Un’altra faccia del prisma leghista è quella che Calderoli ha presentato ai vertici del Pdl ieri in via Dell’Umiltà. I capi berlusconiani hanno lamentato il vulnus del voto di mercoledì, un «risultato devastante» che ha «cambiato i rapporti» nell’alleanza, perché «Bossi aveva dato altre garanzie», cioè muso duro in pubblico ma voto col Pdl nel segreto della tastiera. Calderoli si è detto «incazzato» per l’operazione dell’altro Roberto (che avrebbe sconfessato la linea di fedeltà decisa in via Bellerio dopo il tonfo delle amministrative), perché «io sono al Senato e lì i nostri hanno votato tutti secondo l’indicazione», mentre alla Camera l’arrivo di Bobo ha cambiato tutto, trascinando con sé una fetta di leghisti che hanno «tradito» la linea ufficiosa (no all’arresto). Quanti? Anche su questo si apre un giallo. I leghisti hanno fatto scrupolosi conteggi, ma ad ogni corrente vengono risultati diversi. I maroniani sostengono che 36-37 deputati (su 59) hanno votato «sì». Gli altri, e i pidiellini con loro, sono invece sicuri che i «no» siano stati la maggioranza contro circa venti «sì». Sospetti, misteri, trappole. La Lega è ormai un partito intricato come un libro di Philip K. Dick. Perché poi, il Calderoli che in privato col Pdl lamenta le bizze di Maroni, è sincero o invece bluffa, appoggiando in realtà la linea di Maroni e quindi di un Bossi doppiogiochista? Che gioco fa la Lega? Perché Calderoli prende le distanze dal Maroni che vota sì all’arresto, quando l’indicazione del gruppo (almeno quella pubblica) era proprio così? Quante ce ne sono, di Leghe? Molti pensano che sia tutto un gioco delle parti, con Bossi che lascia a Maroni la parte del cattivo, facendo lui (e alternativamente Calderoli) il ruolo dell’amico fedele del Cavaliere. Altri trovano nello scontro tra Maroni e Reguzzoni il solito divide et impera che Bossi ha sempre utilizzato per tenere in mano il partito e non dare troppo potere ad uno dei suoi colonnelli.
Quel che tutti negano è che Bossi possa essere esautorato dalla Lega, che possa perderne le redini, fatto fuori da qualcuno dei suoi. «Impossibile, finché c’è Bossi è Bossi il capo della Lega» dicono tutti, anche i più scettici su alcune mosse «berlusconiane» del segretario. Certo è che il capo si muove tra consiglieri che gli consigliano l’opposto, e spesso approva la linea di entrambi, provocando dei cortocircuiti. L’altro punto fermo è che lo scontro tra maroniani e «cerchio magico» ha ormai esondato i confini del partito ed è arrivato a condizionare pesantemente anche gli equilibri della maggioranza. «Ormai non possiamo più pensare che parlare con Bossi significhi parlare con la Lega» spiegano i capi del Pdl, per dire che c’è da tenere in conto anche quello che farà Maroni e tutta la (grande) fetta di Lega che lo segue. Ma poi Bobo a cosa mira? Non ad inciuci con il Pd, bersagliato tutto il giorno dagli strali dei leghisti in ascolto di Radio padania. Piuttosto, qualcosa di simile a quel che dice Tosi (maroniano doc), cioè che «Berlusconi dovrebbe fare un pensierino rispetto alla sua posizione». Bossi su questo è più prudente, Calderoli e il «cerchio magico» ancor di più. Guarito l’occhio dopo l’operazione alla cataratta che gli ha impedito di essere a Roma al voto su Papa e al Cdm di oggi, Bossi affronterà Berlusconi, per un chiarimento. Più che mai urgente, perché si avvicina un altro «mercoledì da leoni», il voto sul rifinanziamento delle missioni. Con l’inquietante consapevolezza che una volta parlato con Bossi, bisognerà poi aspettare quel che farà veramente la sua Lega.