Bossi la spara grossa, la sinistra lo fucila

Il leader della Lega si abbandona a una battuta sulle armi per parlare di sciopero fiscale. Interviene Napolitano <strong><a href="/a.pic1?ID=201772">per &quot;rimproverare&quot; il Senatùr</a></strong>. Il centrodestra lo difende: ha sbagliato nella forma

Roma - E pensare che esattamente un anno fa, proprio dai 1.850 metri di altezza di passo Ca’ San Marco, Umberto Bossi aveva provato a portare la Lega a più miti consigli. E prima durante il comizio, rintuzzando l’esuberanza di qualche militante, poi in una lunga intervista al Giornale, aveva assicurato che «mai più» avrebbe pronunciato la parola «secessione». Con tanto di postilla: «A chi pensa di conquistare qualcosa facendo casino sa cosa dico? Dico “tanti saluti”». Appunto. Passato un anno, giorno più giorno meno, sempre da quel valico che divide la Val Brembana dalla Valtellina, il Senatùr deve aver pensato che i tempi sono cambiati. Ed è tornato, come direbbe lui, a «fare casino».
D’altra parte, quello della rivolta fiscale, è un tema su cui la Lega ha di fatto costruito le sue fortune fin dalle origini. «A questo Stato - diceva Bossi a inizio anni Novanta - le tasse non le pagheremo». E ancora: «Il popolo del Nord è pronto a prendere le baionette». Ieri, a tre lustri di distanza, il Senatùr ha rilanciato: «Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile. Ma c’è sempre una prima volta».
D’altra parte, per il leader del Carroccio la protesta fiscale «non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà». Così, al grido «Basta Roma, basta tasse» il Senatùr incassa gli applausi dei circa 500 fedelissimi che sono arrivati fin sulle Alpi Orobie per inaugurare con una raccolta di firme la protesta fiscale annunciata a Ponte di Legno il 15 agosto. «Davanti alla rapina delinquenziale dell’estate che toglie la libertà - attacca Bossi - sappiamo come reagire e arrivare al bersaglio. A Roma pensano: “Al Nord sono un po’ pirla, parlano ma poi pagano. Quindi non diamogli niente». Perché, aggiunge il leader della Lega, «se la Lombardia potesse chiudere i rubinetti, l’Italia morirebbe in cinque giorni visto che vive con i soldi della Lombardia». È per questo motivo, insiste, che «la protesta fiscale è una cosa pericolosa per i romanofili e per tutta la banda di chi vive e non paga le tasse».
Insomma, se qualche alleato aveva pensato che il Carroccio era intenzionato ad abbassare i toni, Bossi ha messo le cose in chiaro. «Si lamentano perché ora facciamo la rivolta fiscale - dice - ma siamo più che onesti ed equilibrati. È evidente, infatti, che quando uno esagera ci sono delle reazioni. Lasciamoli gridare e andiamo avanti per la nostra strada con tranquillità». Una strada, ribadisce, fatta di «cinque punti, o anche sei o sette». «O anche più», aggiunge Roberto Calderoli. Perché, chiosa ridendo, «più sono, più male gli facciamo». «Eh sì, ci tocca andare fino in fondo», ribatte il Senatùr dopo l’ennesima spipacchiata di toscano.
Le modalità della protesta, però, restano ancora da chiarire. Qualche indicazione in più arriva da Calderoli, che parla di «cinque o più punti a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro». Così, dice, «ci facciamo la scala per andare in paradiso». Il «conto alla rovescia» per «fare in modo che per Natale Prodi mangi il panettone sulle colline di Bologna, scappando in bici dai padani che lo inseguono», aggiunge, partirà «il 16 settembre da Venezia» quando si terrà il consueto rito dell’ampolla. Qualche dettaglio in più, comunque, dovrebbe uscire dal vertice di oggi pomeriggio in via Bellerio, quando i colonnelli del Carroccio cercheranno di fare il punto. Intanto, il vicepresidente del Senato torna sull’extragettito di cui si è parlato in questi giorni. «È una conferma dei furti dello Stato», attacca. E prendendosela con il governo per la gestione del cosiddetto tesoretto, aggiunge che «dovrebbero essere tutti arrestati e condannati all’ergastolo per furto ed esproprio al popolo italiano».