Bossi stoppa Amato sull’islam: no al riconoscimento ufficiale

Il leader della Lega: "Abbiamo già troppe grane con quella religione. Non si possono varare leggi contro la volontà popolare E la maggioranza del Nord è contrarissima"

nostro inviato a
Chioggia (Venezia)

«Mej de no», meglio di no. È il crepuscolo quando Umberto Bossi arriva in laguna, ha passato mezza giornata sulla motonave leghista lungo il Po, dove ha giocato a carte e a biliardo senza parlare di politica. Lo fa appena giunge a Chioggia. «L’accordo che il ministro Amato propone con le comunità islamiche? Non so che intenzioni abbia - dice - ma se si tratta di una sorta di riconoscimento ufficiale di tipo religioso, allora meglio di no. Ne abbiamo già di rogne con quella religione lì. Se c’è da trattare, semmai trattiamo su che mezzo devono tornare a casa».
Dopo il «maiale-day» di Roberto Calderoli a Bologna, dopo il «Padania cristiana mai musulmana» urlato da Mario Borghezio sotto la piramide silenziosa del Monviso, ecco il «vade retro» del Senatùr. Un «no» chiaro all’ipotesi del Viminale di sottoscrivere intese con i gruppi islamici, «gli unici - aveva detto Amato - regolati sulla base della legge sui culti degli Anni 30, quella che accompagnò il Concordato». «La gente quegli accordi non li vuole - protesta Bossi -, la maggioranza del popolo del Nord è contrarissima; uno può fare tutte le leggi che vuole, ma se sono contro la volontà popolare è inutile approvarle. Dipende da che cosa si intende per dialogo con l’islam. Se è dargli troppe possibilità o magari concedergli anche il diritto di voto, no. A casa nostra vogliamo comandare noi».
Bossi non ha compiuto l’intera traversata del Po sul battello del Carroccio, partito alle 8.40 da Mantova con Calderoli, Cota, Rosi Mauro, Bricolo, Stefani e un centinaio di militanti. Il Senatùr è salito a bordo all’ora di pranzo a Revere, nel Mantovano, ed è sceso a Loreo (Rovigo) arrivando a Chioggia in auto, come Roberto Maroni. Una tappa in albergo e poi, su uno dei ponti della cittadina lagunare, un comizio sotto i lampioni mentre sbarcano quelli della motonave. Tra il passeggio del sabato sera, i cortei matrimoniali, le sfilate in costume medievale e i militanti leghisti che pochi mesi fa hanno aiutato il centrodestra a riconquistare il comune di Chioggia, la piazzetta dell’imbarcadero pullula di gente. Per Bossi è un bell’anticipo del discorso che terrà questa mattina a Venezia, sulla Riva degli Schiavoni, quando verserà in laguna l’acqua raccolta alla sorgente del Po ma soprattutto dettaglierà i termini della protesta fiscale.
Nessuna anticipazione sui 13 punti che renderà noti oggi: «Non vi dico nulla perché dovete esserci tutti». Il Senatùr preferisce parlare del federalismo fiscale e della legge elettorale. «La riforma elettorale si fa con il governo e con entrambe le parti unite, oppure non si fa», dice rilanciando il dialogo con il centrosinistra. «Anche Berlusconi sa che sulla legge elettorale bisogna trattare. Bisogna che Prodi dica ai suoi di venire in commissione per preparare la riforma, altrimenti si perde tempo e basta».
Adesso è il momento per discutere, aggiunge il leader della Lega: «Parliamo di legge elettorale mentre il governo deve dare una risposta alla Regione Lombardia che ha incaricato il governatore di trattare il federalismo. La Lombardia con i suoi soldi mantiene l’Italia, e se dice no sono davvero grane. Prodi ha detto di volerci incontrare a metà settembre, mi sembra una buona idea. Il premier non può fare finta di niente: quando si tratta del Nord unito non può dire di no, deve venire a trattare. Se ne convincerà con la grande manifestazione che organizzeremo a Milano. Sarà un’iniziativa forte, dura, perché la gente è molto incazzata e farà sentire la sua voce al centrosinistra».