Bossi stoppa la rivolta della Lega e firma un armistizio con Maroni

RomaNessuno dei due, né Bossi né Maroni, vuole rompere con l’altro. E quindi lo scontro, salito a livelli mai visti, si chiude come mille altre volte (ma sempre provvisoriamente) con una telefonata tra i due fondatori della Lega, un chiarimento che almeno riporta la temperatura a una gradazione accettabile. Niente è risolto, ma si è evitata la guerra civile leghista che sembrava sul punto di esplodere dopo il divieto a Maroni di fare incontri e comizi in Lombardia.
Una mossa avventata che ha scatenato un reazione boomerang tra sindaci (persino quello di Gemonio, casa del capo) e segretari locali del Carroccio, che hanno iniziato a invitare Maroni disobbedendo platealmente al capo. Il numero colpisce: su 105 sezioni della Lega in provincia di Brescia 75 a metà giornata avevano già chiesto la presenza «vietata» dell’ex ministro, nella bergamasca 45 sezioni su 52, mentre era già pronta una super riunione maroniana a Varese (quindi contro l’ordine di Bossi) per mercoledì, convocata con questo sms tra i leghisti: «Mercoledì sera in migliaia con Maroni a Varès! Militanti, simpatizzanti, cittadini! Tutti!». Di fronte a questo fuoco di ribellioni, all’esondazione di commenti anche durissimi su Facebook e alla notizia di Maroni ospite da Fabio Fazio stasera, Bossi ha preferito sotterrare l’ascia di guerra e far pace con una telefonata a Bobo (suggerita da Calderoli, sostiene Calderoli), accusando dell’«equivoco» certi non ben identificati «intermediari confusionali». «Questo non è il momento delle polemiche» fa sapere Bossi su La Padania, spiegando che non ci sono veti per Maroni e che presto ne terranno uno insieme. «Sì, Umberto Bossi mi ha chiamato al telefono e ci siamo parlati - dirà poco dopo Maroni -. Ora spero che la cosa sia chiarita definitivamente». «Nessun divieto per i comizi del grande Maroni - esulta Matteo Salvini -: il popolo della Lega, militanti, sindaci, segretari ed elettori, è stato ascoltato».
La vera telefonata Bossi-Maroni ha una storia un po’ diversa rispetto alla vulgata. Squilla il cellulare di Maroni, è Bossi: «Cosa succede? Cos’è sta storia che fai una fondazione?» esordisce il capo riferendosi ai rumors su un think tank che Maroni avrebbe in mente di creare. «Ma questo cosa c’entra? Piuttosto tu spiegami cos’è sta storia del veto ai miei incontri con la gente» replica Maroni. A quel punto Bossi smentisce l’esistenza di un veto, addossandone la responsabilità al segretario della Lega in Lombardia, Giancarlo Giorgetti, che però non se l’era inventata ma si era limitato a riferire una direttiva dei vertici. «Allora se non esiste un veto su di me devi dirlo tu pubblicamente» fa Maroni a Bossi, che nel giro di mezz’ora rilascia quelle parole alle agenzie. La crisi è servita a contare le forze in campo («due terzi delle sezioni pro Maroni», ma è la conta dei maroniani) e a segnare sul taccuino i nomi di alleati e nemici. Varese e Bergamo, roccaforti leghiste, sono con Maroni, mentre il Piemonte di Cota molto meno, come anche il direttivo di Monza e Brianza che ha espressamente vietato di invitarlo, seguendo il misterioso divieto in cerca d’autore.
Adesso la parola d’ordine è «congressi», quelli provinciali e poi forse il federale, per dare voce al partito e toglierla a «chi consiglia male il capo», come dicono due pesi massimi della Lega delle origini, Erminio «Obelix» Boso e Borghezio (il riferimento è al solito «cerchio magico»). Tutti si contendono Bossi, perché nessuno può tenere la Lega senza avere il suo consenso, e Maroni non ci pensa nemmeno a slegarsi da Umberto (infatti la foto sul suo profilo Facebook è insieme a Bossi). E Bossi non può permettersi di cacciare Bobo. Dunque, tregua. Domenica prossima tutti a Milano contro il governo dei banchieri, sperando che i cori siano contro Monti e non contro i nemici interni della Lega (si temono bandiere della Tanzania a sfottò degli ultimi investimenti del tesoriere...).

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