Bossi suona la carica per il voto: «Noi e il Pdl spazziamo via tutti»

RomaLa percentuale che racchiude le aspettative della Lega Nord circa l’esito del conflitto nella maggioranza è quella contenuta nel più recente sondaggio interno sulle intenzioni di voto: 15 per cento a livello nazionale per il Carroccio, una vetta mai neppure immaginata.
È normale che, sull’onda di questo potenziale trend, il partito di Bossi non abbia nessun timore di un voto in autunno o primavera, ma che anzi sotto sotto ci speri, perché porterebbe - queste sono le previsioni dell’entourage bossiano - ad una nuova maggioranza Pdl-Lega senza più disturbatori e compatta per guidare cinque anni senza intoppi. Dai vertici leghisti si incoraggia quest’ipotesi perché, come ragionava privatamente un ministro leghista, più si tira per le lunghe questa situazione di logoramento, più Fini può erodere consensi al Pdl nel Sud, unico territorio dove il neo-centrismo dell’ex pupillo di Almirante ha qualche speranza di attecchire (oltre che tra qualche deluso del Pd). Perché il vero punto di rottura, secondo la Lega, non è tanto la giustizia o il presunto attaccamento ai valori della Costituzione sbandierato dai finiani, ma il federalismo fiscale, che per il Mezzogiorno significherebbe la perdita di una rendita secolare e che la compagine neo-centrista (i meridionali di Futuro e libertà, i centristi di Casini, i meridionalisti di Lombardo, i moderati post-democristiani rutelliani) ha individuato come possibile tema critico per recuperare voti nel Mezzogiorno terrorizzato dall’idea di una spesa pubblica meritocratica e non più assistenziale (a spese del Nord, come ha spiegato nel suo ultimo saggio Luca Ricolfi, professore molto stimato dal Carroccio).
Del resto la Lega è convinta che l’asse con Berlusconi sarebbe vincente sia alla Camera sia al Senato, dove pure la legge elettorale premia le coalizioni. Non solo non ci sarebbero problemi nelle Regioni che eleggono più senatori, come Lombardia, Veneto, Piemonte, ma le eventuali flessioni del Pdl sarebbero compensate da un aumento della Lega (anche nelle regioni rosse o del centro), mentre le ultime Regionali in Lazio, vinte da Berlusconi quando già si era consumato parte della rottura con Fini, dimostrerebbero che anche in quella regione il Pdl può fare benissimo a meno dei finiani. «È molto difficile andare avanti così - ha detto ieri Bossi ai cronisti di Montecitorio -. Si va alle elezioni e con la Lega si vincono anche. Noi ed il Pdl spazziamo via tutti. Fini? Al mare, lasciamolo andare...». Le elucubrazioni circa un governo di transizione, magari guidato da Tremonti, agitano forse le notti dei vertici Pd, ma non quelle del segretario federale della Lega, che chiude la questione seccamente: «Con un governo di transizione ci sarebbe caos nel Paese». «Mai parlato con Bersani», spiega Bossi.
In effetti l’idea di un’intesa Lega-Pd al momento è pura fantascienza, perché nel Carroccio ci si fida soltanto di Berlusconi per portare a compimento il federalismo. «È divertente vedere come Tremonti, che fino all’altro ieri era la bestia nera del centrosinistra, tutto ad un tratto sia diventato una specie di fenomeno per Bersani e gli altri - commenta Giacomo Stucchi, deputato della Lega -. Ma noi non siamo nati ieri, non abbocchiamo». Lo stesso pensiero, in forma più colorita, lo esprime il leader leghista: «Tremonti mica è scemo ad accettare. Lui vuole bene a Berlusconi».
Insomma, chi spera in un cortocircuito nell’asse Berlusconi-Bossi pare abbia riposto male le proprie aspettative. Il Carroccio ha tra i suoi punti di forza un rapporto molto stretto ed «empatico» col suo elettorato, e dunque sa bene che la minima variazione rispetto agli impegni presi si tradurrebbe in un calo di popolarità tra la propria gente. Un accordo col Pd, un ingresso in qualche papocchio tecnico con Udc, finiani e altri reperti della Prima repubblica, sarebbe incomprensibile per la pancia leghista. A meno, ovvio, che dal Pdl non arrivi un incredibile stop al federalismo, ipotesi quanto mai improbabile.
La convinzione che serpeggia tra i leghisti di Montecitorio è semmai un’altra. La truppa di Fini non reggerà a lungo. Le defezioni scatteranno quando si tratterà di mettere in discussione la poltrona. «Essendo gente che ragiona secondo logiche di potere, appena si presenterà un rischio torneranno alla casa madre» prevede un parlamentare del Carroccio che mantiene un dialogo coi finiani.
Nessun timore per il futuro, dunque, nella Lega, mentre i decreti sul federalismo fiscale avanzano e portano «punti» alla causa leghista, buoni da spendere in una eventuale campagna elettorale. Non solo, in prospettiva ci si è già mossi estendendo i terminali leghisti anche nel Sud. Dalla segreteria nazionale fanno sapere che le richieste di aprire nuove sedi stanno arrivando da posti impensati: Napoli, la Calabria, la Sardegna, il Molise. Però, prima di accettarle, servirà uno screening molto attento degli aspiranti leghisti meridionali. Perché «noi ci siamo fatti un mazzo così», pare abbia detto Calderoli, e quindi non si regala niente a nessuno, prima di testare serietà e trasparenza.