Bossi torna alla Camera «O si fanno le riforme o qui scoppia il casino»

Montecitorio applaude il Senatùr che bacia Alemanno e la Brambilla. Lui rilancia: fucili caldi e 300mila martiri pronti a battersi per il federalismo. Maroni? Al Viminale per cacciare i clandestini

da Roma

Baci per tutti, è tornato l’Umberto. Comincia a baciare in aula, quando entra tra gli applausi del centrodestra e in risposta ne manda più di quanto faccia in genere lo specialista vasa-vasa Cuffaro. Prosegue a baciare davanti all’urna, quando incrocia la rossa Brambilla e le stampa le labbra sulla guancia: e fin qui va bene. Poi però alla buvette incrocia Gianni Alemanno e bacia pure lui, anche se adesso è proprio la vittoria del neo-sindaco a rimettere in discussione gli equilibri di governo. E infatti, quando esce da Montecitorio, Bossi passa dal bacio a un pugno mostrato alle tv. «La squadra rimarrà la stessa, io non voglio più trattare. Berlusconi - dice scherzando ma non troppo - ha sposato la Lega e deve eseguire gli ordini».
L’Umberto è tornato dopo quattro anni e certo non è passato inosservato. Impermeabile, vestito grigio chiaro, cravatta a righe sul verde, tante mani da stringere e tante cose da dire. Nonostante l’appello del Cavaliere alla moderazione, il linguaggio è come al solito, colorito. Il primo avviso è per l’opposizione: «Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti. I fucili sono sempre caldi. Se vogliono lo scontro, noi abbiamo trecentomila uomini sempre a disposizione. Se vogliono accomodarsi... ma mi auguro che scelgano la via delle riforme». Ce l’ha con il Pd, però forse anche con qualche alleato. «Siamo qui per il federalismo e per cacciare i clandestini - annuncia - e questa è l’ultima occasione: o si fanno le riforme e scoppia il casino. Ripeto, abbiamo trecentomila uomini, trecentomila martiri pronti a battersi. Mica siamo quattro gatti, credete che avremmo delle difficoltà a trovare la gente? No, perché verrebbero giù dalle montagne».
Era spuntato nel 2006 nella tribunetta del Senato, per l’approvazione della legge sulla devolution. E due settimane fa era venuto a Roma per un incontro con Berlusconi. Ma adesso è un’altra storia: quattro anni dopo la malattia, Umberto Bossi rientra pienamente nella vita politica, nuotando come un pesce nella sua acqua, compiendo tutti i gesti del caso, officiando tutti riti del Palazzo. Dal crocchio dei giornalisti alle chiacchiere sul divanetto del Transatlantico, dal gelato da Giolitti alle esternazioni sul portone della Camera.
A metà giornata il Cavaliere lo chiama e lo invita ad abbassare i toni «per evitare di essere strumentalizzato in inutili polemiche». Un colloquio definito comunque «molto cordiale». L’intesa con il Carroccio, spiega Berlusconi ai suoi, «è forte e stabile perchè c’è un forte rapporto di amicizia» e quelli di Bossi sono solo fucili di carta.
Ma Bossi non si ferma, questo è l’Umberto-day. Gran parte di quello che dice ruota sul governo che verrà. An chiede più spazio ma dopo i faticosi accordi raggiunti nei giorni scorsi la Lega non intende fare passi indietro. «La squadra rimarrà più o meno la stessa. Certo, ci sono delle spinte e Berlusconi dovrà accontentare tutti, però siamo abbastanza d’accordo. Io farò il ministro delle Riforme. Il vicepremier? No, non faccio il vice di nessuno. Maroni andrà all’Interno, sennò chissà chi si fa carico della sicurezza dei cittadini? Deve applicare la legge Bossi-Fini, che finora non è stata attuata. E Rosi Mauro è troppo bella per restare fuori». Ma insomma, spiega il Senatùr, alla fine il Cavaliere farà tornare i conti. «Berlusconi troverà la soluzione. Sono fiducioso, sennò avrei preteso i ministri prima del voto per i presidenti delle Camere, quando avevo il coltello dalla parte del manico. Ora il manico ce l’ha lui, ma noi abbiamo sempre il coltello dei numeri. Però sono tranquillo, Silvio è uno che mantiene la parola. Avete letto quello che ha detto la moglie Veronica? Ha sposato la Lega e deve darci retta...».
Il resto delle dichiarazioni riguardano invece il ruolo del Carroccio. «Dopo la primavera di Praga ora ci sarà la primavera della Padania». La Lega ha già depositato un disegno di legge fiscale, primo firmatario Bossi. Il secondo punto riguarda la sicurezza. «Certo, c’è Gianni Letta, ma sono sicuro che dal primo Consiglio dei ministri Berlusconi saprà dare gli ordini giusti. E poi c’è Maroni che saprà dare il segnale giusto al Paese. Ecco, se tutti i ministri fossero leghisti, l’Italia non avrebbe più problemi».