Bossi torna alla canotta per tenersi la Lega

Tutta una questione di politica e di stile. Il Senatùr rispolvera l’indumento simbolo del 1994 Una risposta alla sfida di Maroni sulla leadership. la maglia è un'icona delle svolte, dal ribaltone al no all'alleanza con l'Udc

Per capire bisogna lasciare per un attimo le valli bergamasche e fare un salto negli Stati Uniti. La chiamano wifebeater lì, la canottiera, significa picchiatori di mogli e infatti era l’indumento tipo del maschio bianco americano anni Cinquanta, quello con la pancia da troppe birre, la sigaretta fra i denti, le botte alla sposa. Ecco, è un po’ così. Umberto Bossi la moglie Manuela non la picchia, e ci mancherebbe. Ma al resto del mondo, quante botte. Metaforiche, s’intende. Come metafora del suo potere, ormai, è diventato l’indumento simbolo delle più calde estati del Senatùr: la canottiera Cagi a costine bianche versione vogatore, quella con le spalline strette. Per dire: nel ’94 a Pontida la vendevano fra i gadget. Nel ’98 la misero all’asta, le quotazioni partivano da 850 euro. Narra la leggenda che Dolce e Gabbana l’abbiano fatta diventare un capo trendy proprio ispirati dal grande capo leghista.
L’altra sera è rispuntata sulle spalle ormai ricurve del Senaùr, a una festa dei lumbard nel cremonese. Non è un caso, non lo è mai. «Tranquilli, Bossi non è più in canottiera. Muso duro a Pontida, ma la Lega è ormai un partito di sistema» titolava un mese fa il Foglio per dire della definitiva virata governista del fu movimento leghista di lotta. Vero. Eppure eccola, di nuovo. Più che indossata ostentata, là dove la foto del Senatùr vecchio stile ha fatto il giro del web in poche ore mica con scatti rubati, ma per quella che è parsa una precisa strategia di marketing politico, con l’Umberto circondato dai suoi.
In principio, era l’estate del 1994, il Senatur portò in politica l’indumento che prima s’era (meglio) visto addosso a Marlon Brando nella villa sarda di Berlusconi. Incontro storico, cui dopo qualche mese seguì il ribaltone: Forza Italia e An in minoranza e Dini a Palazzo Chigi, sostenuto esternamente dalla Lega. Ricomparve, la canottiera, ben 15 anni dopo, era il 2009 e l’Umberto la sfoggiò, questa volta in nero, durante il tradizionale buen retiro di Ponte di Legno. Il dibattito estivo era il solito tormentone dell’ingresso dell’Udc in maggioranza, e con la maglia a costine il grande capo padano ribadiva il suo giammai a Casini. L’anno dopo rieccola, la canottiera parlante, al tavolo tecnico in via Bellerio sui costi del federalismo: i due assessori regionali alla Sanità di Lombardia e Veneto in giacca e cravatta, il sottosegretario al Welfare Francesca Martini in tailleur, e il Senatur in tenuta da combattimento, per dire che di qui non si passa, federalismo o morte (del governo).
Oggi c’è Berlusconi che parla della crisi economica alle Camere, ma non è in onore dell’amico Silvio che l’Umberto s’è vestito da maschio dominante. Il messaggio è se mai per il nemico Bobo, avversario interno sempre più temibile e determinato. Lo aveva detto lui stesso, in fondo, un giorno ricordando la prova di forza nel ’94: «La canotta è una metafora, ha anticipato lo sviluppo che la Lega avrebbe avuto». Ecco. Adesso che in gioco c’è la leadership della Lega, Bossi manda un messaggio affatto velato a Maroni.
Il ministro dell’Interno, acclamato a Pontida come il successore in pectore, da mesi si cimenta nel braccio di ferro col capo. Ha votato «sì» ai referendum. Ha ingaggiato per primo la crociata contro la manovra di Tremonti, «ci vuole più coraggio», ignorando invece quella per i ministeri al Nord. Ha fatto votare i suoi a favore dell’arresto del deputato Pdl Alfonso Papa. Candidandosi così a rappresentare il ritorno alle origini popolari del Carroccio. Bossi non ci sta, e la canottiera parla per lui. Sperando che non sia necessario sfoderare l’altro gesto della comunicazione bossiana, il dito medio...