Bossi tratta, per Fini è l’ultima chance

Il leader leghista incontrerà domani il presidente della Camera in cerca
di un accordo. Ma
in caso di muro contro muro il Senatùr è pronto alle elezioni in
primavera. <strong><a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani/">BLOG</a></strong> Fini, l'extraparlamentare / di <em>A. Taliani. </em><strong><a href="/interni/la_chiesa_non_si_fida_capo_laicista_fli/10-11-2010/articolo-id=485797-page=0-comments=1">La Chiesa non si fida del capo laicista del Fli</a></strong>/ di <em>A. Tornielli</em>

Roma - La premessa, con l’affondamento della maggioranza sul tema immigrazione (proprio quello della Bossi-Fini...), è la peggiore possibile per una già improbabile pace tra Bossi e Fini e quindi tra Fini e Berlusconi. Un bossiano storico come Stefano Stefani lo dice chiaramente: «Umberto vuol mediare perché ritiene che ci sia ancora spazio, ma bisogna rivedere molte cose. Ci sono impegni che non stanno mettendo in pratica, predicano bene e razzolano male. Però... le risorse del mio segretario sono infinite...». Lo scetticismo, tuttavia, non manca nelle truppe. Lo stesso «mandato esplorativo» al leader leghista resta una trovata che lascia sorpresi (qualcuno dice «allibiti») molti deputati di Pdl e Lega, che si domandano addirittura «se sia vero oppure sia una finta», se non sia solo una furbata di Bossi per prendersi il merito di fare da paciere. È vero ma forse è anche un’operazione di facciata, un tentativo estremo di salvare il salvabile. Mentre «le diplomazie parlamentari sono all’opera», assicurano i deputati leghisti, il Bossi in versione diplomatica dovrebbe incontrare Fini domattina. Per offrire/chiedere cosa? In concreto, finora, niente di preciso, se non un impegno a non far crollare tutto.
Nel Carroccio rievocano lo spettro folliniano, quando l’Udc «fece tutto quel baccano solo per avere qualche posto nel governo» dice un senatore della Lega. Ma è improbabile che Fini possa accontentarsi di qualche strapuntino dopo aver detto quel che ha detto a Bastia Umbra.
Eppure Bossi vede «uno spiraglietto», basta che Fini «non si metta a correre». La versione più accreditata è che la mediazione sia una scusa per tirare un po’ in lungo e addossare il massimo di responsabilità della crisi a Fini. Anche per rimandare di un po’ il voto, perché la Lega non è convinta del tutto sui numeri che assicurano dal Pdl.
Un effetto, ma minimo, è stato già raggiunto: si è evitato il ritiro degli uomini di governo finiani. Ma è un evento solo rimandato, e nemmeno quello più temuto. Berlusconi bis? Elezioni anticipate? Nuovo governo con Fini e Udc? Un governo tecnico? Le ipotesi vorticano come mai in un frangente piuttosto oscuro. Mentre tutti sono d’accordo sul fatto che bisogna trovare un’intesa, «perché conviene a tutti» dice il fillino Raisi, nessuno è d’accordo su come trovarlo questo accordo, anche perché arrivati ad uno scontro frontale ogni cedimento verrebbe percepito come una resa al nemico. Quindi, grandi aperture ma solo a parole.
Qualche punto fermo però, in una situazione così mobile, c’è. L’agenda ne contiene due, la legge di stabilità e i decreti sul federalismo fiscale. La Finanziaria è stata blindata dal Colle in persona che l’ha definita inderogabile. Quindi, tutti buoni fino a fine dicembre, quando scadranno i tempi. L’altro paletto, il federalismo fiscale, ha una tempistica meno certa, ma nella Lega sono convinti di poter chiudere entro gennaio o massimo febbraio. Dopo quel termine liberi tutti, nel senso che la Lega «si metterà a disposizione di Berlusconi». Se la via sarà il voto, c’è anche l’occasione propizia, le amministrative di primavera (si voterà in millecento Comuni tra cui alcuni fondamentali come Milano, Torino, Bologna), a cui accorpare le politiche.
Bossi comunque, al di là delle tattiche di facciata, sta lavorando veramente da diplomatico. Il segretario federale, raccontano i suoi, ha fatto molte telefonate sia a Fini sia al Cavaliere tra ieri e l’altroieri. E la novità è che stavolta sia lui in persona, e non gli ambasciatori Calderoli o Cota, a prendersi carico della mediazione. La posta in gioco per il leader leghista, in effetti, è alta: il federalismo, la storica battaglia del Carroccio. Per arrivare a quel termine Bossi è disposto a concedere molto, finanche a veder entrare l’Udc al governo, anche se questa resta una via che sa di fantapolitica. Casini non ha nessun interesse a fare da stampella alla maggioranza o a sostituire Fini. Non gli conviene, e infatti Pierfurby chiede le dimissioni del premier «galleggiator» e il varo di «un governo di solidarietà nazionale vera», con le «forze migliori del Paese». Nel frattempo, a Pdl e Lega conviene prendere tempo. Un modo potrebbe essere quello di chiedere un passo indietro a Fini da presidente della Camera. «Vuoi le dimissioni, comincia tu e ti offriamo un posto nel governo...» gli potrebbe dire Bossi. Un modo per mediare, sì. Ma forse anche per complicare ulteriormente un labirinto di cui è difficile intravedere la via d’uscita.