Bossi va in piazza: «Nella Lega comando io»

Il Senatùr rompe il silenzio e mette a tacere le voci di contrasto tra Giorgetti e l’asse Maroni-Calderoli: «La gente segue me». E a Milano salta la kermesse di sabato prossimo

Adalberto Signore

da Roma

«Vogliamo davvero vedere chi comanda qui dentro? Bene, allora iniziamo dalla manifestazione di sabato... ». Umberto Bossi non è furibondo ma poco ci manca. È una settimana che alcuni quotidiani ipotizzano che al congresso federale del prossimo anno (peraltro non ancora convocato) si possa decidere di istituire la carica di vicesegretario o di portavoce, così che ci sia qualcuno che si affianchi al Senatùr nella gestione del partito. Poltrona che - stando ai rumors - Bossi vorrebbe affidare a Giancarlo Giorgetti, segretario uscente della Lega Lombarda e da sempre fedelissimo del capo. L’ipotesi, però, non piace ai colonnelli (Roberto Maroni e Roberto Calderoli in testa) e lo stesso Senatùr non gradisce affatto che si metta in discussione la sua leadership nel partito.
Così, come spesso ha fatto in occasioni simili, Bossi decide di prendere la questione di petto e, proprio come ai vecchi tempi, fa saltare il banco. Prima la sfuriata, «perché qui dentro comando io». Poi la decisione di annullare la manifestazione del 25 novembre, organizzata dalla Lega Lombarda e dal Movimento giovani padani ma non dalla Lega Nord, visto che poche ore dopo l’annuncio del corteo milanese Calderoli - che è il coordinatore delle segreterie del Carroccio - aveva rilanciato e convocato una manifestazione per 17 dicembre. Sempre a Milano.
L’ex ministro delle Riforme e Maroni, infatti, sono convinti che mettere in moto la macchina organizzativa della Lega prima dell’adunata di Roma del 2 dicembre significa, di fatto, depotenziare il contributo della Lega all’appuntamento di piazza San Giovanni. Di più. Secondo i due colonnelli, nel Carroccio si sta creando una sorta di dicotomia tra «buoni» (quelli che sfileranno a Milano) e «cattivi» (chi andrà a Roma). Nella consueta e approssimativa sintesi giornalistica, «movimentisti» contro «governativi». La questione viene fatta presente al Senatùr, che però non gli dà troppo peso. Al punto che è lui a ideare il manifesto del corteo milanese di sabato, El lader de Roma. Lunedì, con le strade del capoluogo lombardo già invase da cartelloni e volantini e con la Lega Lombarda e l’Mgp che erano già arrivati a mille adesioni da tutta la regione, Bossi alza il telefono e chiama Giorgetti. Il corteo, dice, va annullato perché tutti gli sforzi vanno concentrati sul 2 dicembre. Il segretario lombardo resta spiazzato ma, come sua abitudine da sempre, esegue alla lettera. D’altra parte, la ragione del fastidio del Senatùr non è certo per il fatto che i giornali abbiano avanzato l’ipotesi di una vicesegreteria a Giorgetti (che, peraltro, nonostante le insistenze di Bossi ripete da settimane di non volersi ricandidare nemmeno alla segreteria della Lega Lombarda). Il punto è ben altro, e cioè che qualcuno metta in qualche modo in discussione la sua leadership sul partito. Non a caso, nei giorni scorsi ha già detto chiaro e tondo che al congresso federale del prossimo anno si ricandiderà. E ieri, in un’intervista alla newsletter del Comitato della manifestazione del 2 dicembre, ha ribadito il concetto in modo eloquente. «La Lega Nord - dice - va dove vado io. Sono il segretario federale e quindi la gente del Nord, i lombardi, i veneti e tutti gli altri, verranno a Roma con me». Insomma, «è la manifestazione della Casa delle libertà ed è la prova provata che la Cdl esiste e va avanti e che ci darà i voti per il federalismo». E poi, confida ai suoi Bossi, «altro che dialogo con la sinistra, qui bisogna dare una mano a Silvio perché da Roma arrivi un segnale forte». La Lega Lombarda, dicevamo, non fa una piega. «Da noi - spiega il segretario provinciale di Milano Matteo Salvini - c’è disciplina di partito. Se il segretario federale dispone, noi ne prendiamo atto. Andremo tutti a Roma, ma ci saremmo andati lo stesso».
A via Bellerio, intanto, la macchina organizzativa è in moto. Già pronti 170 pullman e due treni affittati (uno dal Piemonte, l’altro dal Veneto), per un totale di oltre diecimila leghisti decisi a scendere sotto la linea del Po.