Bossi vuole le urne ma toglie il veto sull’Udc

RomaLa linea è quella fissata già da qualche giorno e l’esito della fiducia non l’ha spostata di un millimetro perché era quello previsto. Al voto appena possibile, cioè in primavera, ma nessun veto sull’allargamento all’Udc, anche se a condizioni molto precise. Prima di tutte il federalismo fiscale, contro cui l’Udc ha votato ma che in caso di alleanza con la Lega non potrebbe in alcun modo ostacolare. Ma oltre a questo Bossi accenna anche ad «altri problemi» aperti con i centristi. Il segretario federale non può fare a meno di farlo, visto che Casini si è sempre opposto alla «ennesima nefandezza» sulle quote latte, battaglia carissima al Carroccio, e che solo due ore prima, nella dichiarazione di voto in aula, il leader Udc aveva accusato la Lega nord di aver monopolizzato la politica del governo (stesso addebito fatto dai finiani), dicendo che Bossi «ha iniziato la legislatura comandando e vuole terminare comandando». Sommando queste condizioni a quelle di Casini, il rimpasto leghista-centrista appare una probabilità abbastanza remota, ma in politica nulla è impossibile. «Bossi nei prossimi giorni premerà su Berlusconi per il voto, ma siamo alleati e le cose si decidono insieme» spiega una fonte leghista. Il pressing in effetti è già iniziato, basta ascoltare le parole di Maroni e Calderoli. Il ministro dell’Interno accende il cronometro e avverte l’alleato: «Oggi c’è stata una lezione, una prova di forza, era importante vincere e l’abbiamo fatto. Abbiamo vinto il primo tempo ma la partita non è conclusa. Sullo sfondo restano le elezioni, perché con 314 voti contro 311 si rischia di fare la fine del governo Prodi». Ora Berlusconi «ha tre settimane di tempo per ricompattare la maggioranza e averne una ampia e solida, aprendo una consultazione con Fli e Udc», altrimenti «meglio andare al voto». Si vedrà, ma «la strada non è in discesa», perché la Lega non dimentica che «l’Udc ha votato contro il federalismo, quindi dovrà cambiare, sennò saremmo masochisti».
Il punto si farà alla ripresa, dopo la pausa natalizia. Chissà che tra spumanti e panettoni il premier non trovi il modo per «sedurre» Casini, con cui c’è un ottimo rapporto personale. Ma la missione non è semplice, perché si tratta di mettere d’accordo due partiti, Lega e Udc, lontani su molte cose. A proposito di dolce delle feste, Calderoli si dimostra molto scettico: «Il governo mangia il panettone, ma penso che non mangerà la colomba, perché in mezzo ci saranno le elezioni». Di voto parla esplicitamente Bossi, secondo il quale «il casino che ho visto in Aula potrebbe essere l’origine del voto. Non si capisce chi comanda», e «l’unica igiene è il voto».
Nel frattempo il nemico pubblico della Lega si chiama Gianfranco Fini, a cui i leghisti chiedono un gesto di decoro istituzionale, le dimissioni. Glielo hanno urlato in aula, mentre Fini stava uscendo per andare nel suo ufficio al primo piano, glielo chiedono ufficialmente il segretario di Presidenza della Camera, il leghista Giacomo Stucchi («Il virus della faziosità» di Fini «non è più compatibile con il suo ruolo»). Anche sulle onde di Radio Padania il popolo leghista scatena la rabbia contro Fini, invitato calorosamente a dimettersi. «Se ne deve andare perché aveva detto che se non passava la sfiducia si sarebbe dimesso. Non può rimanere al suo posto». Fini vada ad «impiccarsi all’albero di Giuda», è uno che «in vita sua ha avuto solo sconfitte. Dal congresso dell’Msi perso con Rauti all’Elefantino». Però la base non accoglie con grande entusiasmo l’ipotesi di aprire all’Udc, un partito che ha votato la sfiducia al governo, «si può governare con loro?» chiede un ascoltatore. Qualche moderato c’è, a suggerire che «le gare si vincono anche al fotofinish e altri parlamentari si aggiungeranno a noi, dobbiamo approfittarne per portare avanti il federalismo». Ma la maggioranza è, come da tradizione padana, per la fuga solitaria. «Niente accordi con Casini e Fini, Fini is finish» dice Massimiliano da Cernusco. La base si ascolta, ma poi decidono Bossi e Berlusconi, come ripetono tutti i leghisti. E la decisione potrebbe essere più di compromesso. Ma chissà se durerà fino alla colomba pasquale.