Botte, rum e cocaina: gli schiavi del marciapiedi

Smantellata un’organizzazione composta da italiani e sudamericani: gestiva il mercato dei transessuali e del sesso più trasgressivo

Alessia Marani

Rum&cocaina per animare le notti dei trans sudamericani e soprattutto dei loro clienti. Quindi, giù botte, minacce, violenze, in una sequela interminabile di torture fisiche e psicologiche, tutto per «convincere» giovani colombiani ed ecuadoriani appena approdati nello Stivale a fare la «vita» sui marciapiedi della capitale. Guai a portare «a casa» meno di 500 euro per notte, guai a confidare stato d’animo e soprusi a estranei all’organizzazione: l’inferno per una trentina di trans ridotti negli anni in schiavitù s’è concluso solamente all’alba di ieri, al tintinnio delle manette fatte scattare dai carabinieri ai polsi di 11 persone, tra cui 4 italiani, di cui 3 finiti ai domiciliari, tutti accusati d’associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, nonché spaccio di sostanze stupefacenti. Uccel di bosco una dodicesima persona, il capo, un trans colombiano di trent’anni, ricercato dalle polizie di mezzo mondo, meglio noto come «Pamela», la vera mente «operativa» del sodalizio.
«Le indagini - spiega il colonnello Roberto Massi - partono nell’ottobre del 2005 quando ai carabinieri si presenta un ecudoriano esasperato dalle continue vessazioni dei suoi aguzzini. Uno, in particolare, s’è invaghito di lui e pretende che si sottoponga a un intervento per cambiare sesso. Il ragazzo è spaventato a morte ma decide lo stesso di parlare, rivelare l’orrendo giro di sesso, denaro e droga nel quale è precipitato. Dà alcune indicazioni, poi il resto lo fanno mesi di pedinamenti e appostamenti».
Gli uomini del nucleo operativo di via In Selci ricostruiscono l’organigramma della Cupola. Individuano ben 22 appartamenti dislocati in varie parti della città, dal centro alla periferia, in cui i trans vengono smistati e tenuti letteralmente segregati. Prima mossa: sottrarre loro passaporto e documenti, fissare, nel caso, una cifra da restituire all’organizzazione come «riscatto» per riottenere la libertà. L’ecuadoriano, il primo a denunciare, sostiene di avere lavorato per non meno di 120mila euro. Non basta. Ecco le sevizie, le percosse. I ragazzi vengono costretti ad assumere quantità stratosferiche d’ormoni per acquisire sembianze ancora più femminili. «Se ti ribelli, massacriamo i tuoi fratelli, i tuoi genitori rimasti in patria», dicono. C’è poco da opporsi. In molti diranno ai militari di essersi dovuti sottoporre a veri e propri interventi chirurgici per accrescere i seni, addolcire i lineamenti del viso, operazioni effettuate spesso nel napoletano. Secondo gli inquirenti, la gang era attiva a Roma da almeno una decina di anni. A occuparsi della «logistica», ossia del reperimento degli appartamenti e della pubblicazione degli annunci-esca sui quotidiani, un manipolo di romani. In testa, G. D. A., pensionato di 64 anni, ora in carcere, e le sue due figlie, M. D. A., di 35 anni e S. D. A., di 41, entrambe impiegate in società private e adesso agli arresti domiciliari. Erano loro tre ad occuparsi di sbrigare le pratiche di vendita e degli affitti, tutto secondo la «legge». Il quarto romano, invece, G. L., di 44 anni, era lo specialista delle pubblicazioni. Anche lui è ai domiciliari.
Nelle decine di perquisizioni effettuate dai carabinieri sono saltati fuori agende, appunti, la contabilità tenuta dai dodici. Per prestazioni «in casa» i trans chiedevano di più. Ma parecchi finivano sulle strade del sesso intorno alla Capitale. «I clienti? Da semplici operai a professionisti affermati - dice il colonnello Giovanni Arcangioli, comandante del nucleo operativo -. A parecchi veniva ceduta anche della cocaina, a completare la nottata di trasgressione». «I proventi del business - afferma il maggiore Bruno Bellini, della prima sezione di via In Selci - venivano, appunto, in parte reinvestiti nella coca. Coca, abbinata agli alcolici, da cui, alla fine, diventavano dipendenti gli stessi trans, storditi dalle violenze e costretti a ritmi di marciapiede ai limiti della sopportazione».