Botte da saloon attorno al western che torna al Lido

da Venezia

Western: non basta la parola. C'è maretta attorno alla retrospettiva sui «cappelloni» all'italiana. Ha cominciato Goffredo Fofi su Panorama, liquidando come «più monellesca che critica», in definitiva trash, la rassegna veneziana curata da Marco Giusti e Manlio Gomarasca. Il giorno dopo, intervistato da La Stampa, Tullio Kezich, cultore del western classico, è andato giù più duro: «Non mi piace l'idea di sostituire le retrospettive con presunte “Storie segrete del cinema italiano”. Quest'anno è di scena lo spaghetti western, con una scelta da un catalogo di 450 film di cui solo il cinque per cento merita attenzione. Il resto è trash». E due!
Posizione coerente. Già nel 1966 il critico triestino scriveva: «Per reagire alla crisi il nostro cinema si è messo la maschera e ha giocato ai banditi. Il poco di buono che il filone ha prodotto sta tutto nei libri contabili delle case produttrici». Non sarà d'accordo Quentin Tarantino, padrino della kermesse e gran guru dei cinefili. Sostiene: «Leone e Sergio Corbucci hanno fatto una cosa straordinaria, una rivoluzione. Hanno ucciso il vecchio western e nello stesso momento l'hanno riportato in vita. Ogni western uscito dopo gli “spaghetti” sembrò terribilmente datato».
Allora: fu sbornia collettiva o colpo di genio? Vai a saperlo. Di sicuro il western sta vivendo uno dei suoi ciclici revival. In gara al Lido figura The assassination of Jesse James by the coward Robert Ford, con Brad Pitt nei panni del carismatico fuorilegge ucciso di spalle; ed è possibile che la Festa romana alla fine riesca a catturare il remake di Quel treno per Yuma interpretato da Russell Crowe. Intanto, in un tripudio di memorie, pubblicazioni e riscoperte, ci si prepara alla serata di domani sera: a mezzanotte si vedrà la versione restaurata di Per un pugno di dollari, con recupero filologico anche dei nomi americanizzati della primissima copia (Sky la manda in onda il 3 settembre).
Ma, appunto, parliamo di Per un pugno di dollari: un capofila, un classico, un modello poi imitato fino alla noia. La controprova? Bastava sintonizzarsi domenica in prima serata su Raitre, dove davano Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah (1969), poi su Raisat Cinema, dove passava Se sei vivo spara di Giulio Questi (1967), per misurare la differenza tra un capolavoro indiscutibile e un capolavoro presunto. Con buona pace di chi ci ricorda che senza la contaminazione del western italico Il mucchio selvaggio non sarebbe mai venuto così.
Se sei vivo spara, nella sua versione uncut, che ripropone due scene particolarmente brutali all'epoca tagliate, è uno dei trentadue titoli della retrospettiva veneziana, e vedrete che fioriranno piccole follie cinefile attorno al film. Lo stesso Giusti, nel suo Dizionario del western all'italiana appena uscito (Mondadori, 18 euro), ne parla come del «western più violento, strano e pop che sia mai stato girato in Italia, probabilmente uno dei capolavori del genere», mentre per Tomas Milian, che vi interpretava il pistolero Hermano, fu addirittura «come lavorare con Antonioni, perché Questi è un intellettuale rivoluzionario».
Iperboli a parte, Giusti sornionamente gongola, registra le accuse ma fa spallucce: «I critici saggi, i Buttafava e i Melani, purtroppo sono morti. I nemici, invece, sono sempre in piedi e scrivono le stesse sciocchezze di quarant'anni fa. Pregano il morto e ammazzano il vivo, per parafrasare il titolo di un western di Giuseppe Vari che non vedranno mai». Dobbiamo prepararci a un duello al Lido?