Botte sotto il velo, il dramma delle mogli islamiche

Parli con Sara, con Douna, con Mounia e ti ripetono storie tragicamente simili. Storie di violenze, di soprusi, di stupri coniugali. Talvolta in nome dell’Islam fondamentalista, più spesso nel rispetto di regole e consuetudini tribali che trovano nella religione un pretesto o un giustificativo. Oggi circa il 60 per cento delle marocchine che vivono in Italia vengono picchiate dai mariti, pari a 75mila donne, considerato che le immigrate in regola sono 126mila, quasi tutte sposate o divorziate. La stima è ufficiosa, in assenza di statistiche ufficiali; ma viene riferita dalle associazioni che si occupano quotidianamente di questo problema e pertanto è attendibile. Anzi, verosimilmente è per difetto, in quanto non include le migliaia che abitano nel nostro Paese senza permesso di soggiorno.
Una realtà squallida, eppure poco dibattuta. I giornali rivelano qualche caso, di tanto in tanto; ma l’opinione pubblica non si mobilita, come se questi fatti non avvenissero nelle periferie delle città italiane, ma in Paesi lontani. Lo squallore è dietro l’angolo. E non ci vuole molto per scoprirlo.
Khadija è una ragazza di 26 anni e vive a Bologna. Sette anni fa ha conosciuto Hassan, che di anni ne aveva 35. Non è un matrimonio combinato; i due si piacciono e si amano. Lui sembra la persona più dolce al mondo, sempre delicato e rispettoso. Quattro anni fa si sposano e lei lo raggiunge in Emilia, dove lui lavora; ma appena sbarcata in Italia scopre un altro uomo. La famiglia di lei è lontana, non può proteggerla. Lui le ha procurato i soldi, la casa, il permesso di soggiorno: sa di poter comandare e non si trattiene. Gli insulti e le angherie diventano la norma. Poi, ogni week end, sono botte da orbi, senza ragione. Lui beve e va con le prostitute. Nel 2005 lei rientra in Marocco a partorire il primo e unico figlio; ma è così terrorizzata che decide di lasciarlo in patria con i genitori, anziché portarlo con sé. Quando torna a Bologna è peggio di prima. Un giorno Khadija non ne può più. Scappa, chiede e ottiene il divorzio; ma Hassan non desiste e continua a perseguitarla, a minacciarla. La considera sua, a dispetto della legge. Oggi Khadija è senza soldi e senza lavoro. È costretta a nascondersi, ospitata provvisoriamente da amici. Al telefono appare disperata, implora aiuto: «Non ho più nulla». È terrorizzata all’idea che lui possa rapire il piccolo. Ma non si pente: è convinta che questa battaglia vada combattuta.
Non si pente nemmeno la 33enne Amal, la cui vicenda è stata rivelata da Magdi Allam sul Corriere della Sera. Ha la bocca tumefatta e le radici di due denti staccate per i pugni ricevuti dal marito Moustapha Ben Har durante il suo ultimo scatto d’ira. Lui ha 46 anni e da quando in una moschea di Verona ha sentito un imam integralista affermare che «le donne sono senz’anima» e che «se la moglie sbaglia è normale punirla perché così vuole il Corano», ha perso ogni inibizione, dando libero sfogo alla sua indole violenta. Ha picchiato sua moglie decine di volte. Oggi Amal - che, paradossalmente, è costretta a vivere con lui nello stesso appartamento in assenza di un provvedimento giudiziario - ha deciso di ribellarsi. Al suo fianco c’è la sorella. «Amal vive da sette anni segregata - racconta al Giornale - lui non le ha mai permesso di imparare l’italiano, né di integrarsi. Quando la portava al pronto soccorso era lui a spiegare ai medici che cosa fosse accaduto, accampando scuse disparate. Poi all’uscita strappava i referti, cancellando così ogni prova delle violenze». La sorella, sposata a un italiano convertito, teme che la vita di Amal possa essere in pericolo. Ma Moustapha non desiste ed è persuaso di applicare gli insegnamenti del Profeta. Fa sua una delle tante menzogne divulgate dagli imam più oltranzisti in certe moschee italiane. Si tratta di wahabiti e salafiti che travisano il messaggio più autentico del Corano. Sognano una società oscurantista e per raggiungere i propri scopi fanno leva sulle tradizioni misogine degli abitanti dei villaggi più arretrati del Maghreb. Fanatismo e ignoranza. Il connubio è micidiale.
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