Botte in treno, due omosessuali all’ospedale

da Roma
L’anima giocosa e trasgressiva marcia in sordina, giusto i carri delle discoteche, Alpheus e Muccassassina, giusto gli Orsi in mutande, giovanotti molto in carne che riscuotono grande successo. Qualche striscione ricorda un vecchio calendario che fotografò la bellezza dell'attuale ministro per le Pari Opportunità, qualche maglietta reca scritto «Meglio frocio che fascista», la canzone guida è dell'Equipe 84 «Tutta mia la città», dimenticando che è anche «un deserto che conosco». È il mio primo Gay Pride in Italia, a New York non me ne perdevo uno, era una festa che faceva parte della città come il Saint Patrick day degli irlandesi o il Columbus italiano. In testa marciava il sindaco sceriffo, un vero uomo di destra, Rudy Giuliani. Tolleranza zero, rivoltò il crimine e le mafie come un calzino, ma la sera andava a Broadway e si vestiva come Liza Minnelli. Qui è tutto diverso, l'Italia per me è un Paese maschilista e omofono, e questo non ha niente a che vedere con il giustificato rifiuto di pretese eccessive e velleitarie. Le statistiche dicono che il dieci per cento della popolazione è omosessuale. Qui a Roma, o a Milano, il 27 giugno nel Pride finale di Bologna, ne avremo visto una sparuta minoranza. Gli altri? Non toccherebbe a un governo liberale fissare regole più adeguate al tempo?
Chiedono cose serie gli omosessuali del Gay Pride di ieri a Roma, vogliono il riconoscimento delle unioni civili, per ora si accontentano di unioni simboliche. Le celebrano sul carro dell'Arcigay. Confetti, fiori rosa, torta nuziale e lancio di riso hanno accompagnato il rito celebrato dalla deputata del Partito democratico, Paola Concia, lesbica dichiarata, l'unica nel Parlamento italiano, e dal giornalista del Tg1 Stefano Campagna, omosessuale ed elettore dichiarato del Popolo della libertà, anche in questo caso l'unico, in Rai.
Poi ci sono gli altri, la sinistra antagonista, quelli che sono venuti ad agitare la piazza: i centri sociali, i rifondaroli, come se si fossero mai occupati finora di diritti dell'individuo e di libertà civili; c'è la Cgil, che ha fatto carro con gli studenti estremisti dell'università della Sapienza, e chiede nuovi diritti, non sapendo niente, nemmeno che quei diritti sono vecchi, e che nei Paesi europei e oltreoceano, da loro tanto disprezzati, sono stati ottenuti da tempo, e consolidati nel tempo. Sono loro, insieme a deputati radicali sempre più trasformati in macchiette, caricature del passato glorioso che fu, ad annunciare che a sera si imbavaglieranno o si incateneranno, o forse tutt'e due le cose, per protestare contro la concomitante cerimonia religiosa in San Giovanni che ha fatto decidere la Questura a non concedere la piazza per l'arrivo della sfilata del Gay Pride. È cambiato qualcosa in realtà, partendo da piazza della Repubblica, per arrivare a piazza Navona, luogo storico degli appuntamenti civili, invece che a piazza San Giovanni, sindacal-politica di una parte? Certo che no, se qualcuno lo sostiene è perché cerca rogna.
Però, attenzione, che quest'anno ci sono pure gli iscritti a Di Gay Project, omosessuali, uomini e donne, che non ne possono più di steccati ideologici, di realtà immodificabili, del genere che «siccome siamo froci siamo compagni», al contrario sono pronti a rischiare pur di vedere se nei prossimi cinque anni si riesce a dialogare con il premier e il governo italiano di centro destra, e con il sindaco e la giunta romana di centro destra. Un po' perché non ritengono astuto restarsene fermi per cinque anni, un po' perché ormai hanno capito che la sinistra per loro non ha fatto niente. Imma Battaglia, leader storica, lo ha già detto in un convegno in Campidoglio tre giorni fa. Patrocinato da Gianni Alemanno, presente Umberto Croppi, assessore alla Cultura (che c'era anche ieri pomeriggio, e guardava il corteo del Gay Pride sfilare su Corso Vittorio Emanuele), moderato da me, con ospiti di qualità sicura, cito solo Roberta Tatafiore e Daniele Scalise, nel suo intervento Imma Battaglia ha spiegato che il Gay Pride non alza muri ideologici ma apre il confronto a tutta la società.
«Da anni come Di Gay Project cerchiamo di puntare sull'importanza della trasversalità politica, perché non potremmo mai raggiungere i nostri obiettivi sui diritti civili senza avere un ampio consenso politico e sociale. Il tema dei diritti civili apre un dibattito sulla riforma sul diritto di famiglia che deve essere elaborata da tutti».
Al corteo sfila Francesca Grossi, che dirigeva l'Arci Lesbica di Roma e che ha firmato la lettera aperta ad Alemanno, col risultato di essere espulsa e, in perfetto stile da comunismo sovietico, cancellata perfino dal sito web dove compariva in fotografia. Con lei hanno firmato il presidente di Arcigna, Aurelio Mancuso, naturalmente Imma Battaglia Presidente del Di Gay Project, e il Presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, È un’occasione da cogliere.