La Bottega dell’orefice di Wojtyla da martedì alla Sala Fontana

Due coppie, quattro persone vivono ciascuna in modo diverso il proprio amore, sullo sfondo c’è la Seconda Guerra Mondiale e gli scempi commessi da nazisti e comunisti. Siamo in Polonia, la terra di Karol Wojtyla (1920-2006), teologo, papa e, anche, autore drammaturgo. «La bottega dell’orefice» è la sua commedia (pubblicata nel 1960 sul mensile cattolico di Cracovia «Znak», sotto lo pseudonimo letterario che usava più spesso, Andrzej Jawieri, e rappresentata per la prima volta nel 1979) in scena dal 10 al 15 febbraio all’Elsinor Sala Fontana, via Boltraffio 21 (ore 20.30, info: 02-69015733, www.elsinor.net). L’autore stesso spiega questo lavoro come una «meditazione sul sacramento del matrimonio»: si tratta, infatti, di una metafora del matrimonio come unione eterna e indissolubile, che deve vincere la fragilità dei sentimenti umani, soprattutto in casi di estrema difficoltà e pericolo. La regia di Andrea Chiodi cercherà di puntare l’attenzione sulla memoria e sul senso della vita dato dalla fede e dal ricordo. Per questo la scenografia, di Ilaria Ariemme e Davide Cappellato è composta da muri ricoperti di polaroid: è la fotografia stessa a fungere da simbolo del ricordo, testimonianza della propria esistenza e mezzo attraverso cui mantenere in vita l’amore. Certamente il messaggio cristiano è una componente importante del teatro di Wojtyla: quando scrisse quest’opere stava costruendo il proprio progetto di vita nella fede e nell’apostolato, anche se non era ancora sacerdote. La sua forte energia di vita, il suo legame con l’uomo erano già evidenti, così come la forza comunicativa. Sfidava la dittatura comunista preparando spattacoli che trasmettevano messaggi profondi e vietati.