«Il botto e poi il sangue: abbiamo creduto tutti che fosse un attentato»

I sopravvissuti raccontano come sono usciti dall’inferno: «Nel buio ci siamo aiutati a vicenda». Un passeggero: «Prima dell’impatto ho sentito le urla di chi stava vedendo arrivare il nostro treno»

Massimo Malpica

da Roma

«È stato automatico. Mi sono detta: ecco, ci siamo, l’attentato. Ho pensato: che beffa. Una settimana fa ho perso un biglietto già pagato per Cuba per paura della zanzara del Dengue, e oggi ci rimetto le penne qui a Roma, chiusa in metropolitana». Capelli scuri, le mani sulle ginocchia doloranti, gli occhi allegri di chi può raccontare la sua disavventura solo con qualche acciacco. Bianca è seduta su una sedia a rotelle nella sala d’attesa del Policlinico Umberto I. Era salita su quel convoglio alla stazione di Furio Camillo, cinque fermate prima di Piazza Vittorio. «Non andavamo forte, e a ogni stazione il treno - ricorda ora - si fermava a lungo, più di un minuto. Mi sembra di aver sentito una specie di lunga frenata, conclusa da un gran botto. Sono volata in avanti e sono finita a terra, tra le urla degli altri passeggeri, poi qualcuno ha aperto la porta e ci siamo ritrovati fuori, sui binari. C’era fumo bianco, urla di paura e dolore, buio. Ma siamo arrivati alla banchina della stazione e da lì, finalmente, sono tornata in superficie, poi un’ambulanza mi ha portata qui. Ho le ginocchia ustionate “pattinando” sul pavimento».
Con lei, al Policlinico, ci sono altri 46 passeggeri rimasti feriti nel tamponamento alla stazione di Piazza Vittorio, circa un quinto del totale. Solo due sono «codici rossi», quelli più gravi, 4-5 i gialli e gli altri, come Bianca, sono «verdi»: più o meno acciaccati, graffiati, malconci, ma quasi tutti in grado, dopo le cure, di andarsene con le proprie gambe. Ecco Cristiano, che appunto cammina e si sente un miracolato. Era nel primo vagone del treno che ha tamponato l’altro convoglio, ora ha una profonda ferita alla testa e la giacca e la camicia sono intrise di sangue, ma il dottore lo «licenzia» dopo la medicazione con un sorriso: può tornare a casa. «Poteva andare molto peggio», sospira, visibilmente scosso. «Ero salito a Subaugusta e sarei sceso a Spagna. Ero seduto lì, accanto alla parete appena dietro la cabina di guida, eppure sono qui a raccontarlo. Il treno non andava molto veloce, ma non credo che abbia frenato, o almeno non mi sono accorto di nulla fino a quando ho sentito un gran colpo. Poi è stata una questione di attimi: la parete si è deformata, mi ha colpito e sono volato dall’altra parte del vagone, finendo addosso agli altri passeggeri. Siamo usciti aiutandoci tra di noi».
Erano nell’altro convoglio, invece, Pierluigi e Carla. La metropolitana loro non la prendono mai, e il viaggio di ieri resterà indimenticabile. «Lavoriamo all’Istat - raccontano - e abbiamo preso la linea A per raggiungere la sede centrale di via Balbo». Erano su un vagone distante dall’impatto, ma la botta è stata forte. «È stato proprio un tamponamento. Il vagone era pieno. Siamo finiti tutti a terra, la stazione si è riempita di fumo acre e c’era panico. Poi siamo riusciti ad aprire le porte a mano, davanti a noi c’erano le scale. I soccorsi sono stati rapidi: siamo stati tra i primi a uscire all’aperto, ma prima ancora di lasciare piazza Vittorio abbiamo visto una squadra di pompieri che si preparava a scendere nella metropolitana».
Infine ecco Alessandro, 24 anni. Fa il consulente informatico e viene da Salerno. Ieri è entrato in metropolitana, come ogni mattina, alle 9 con la sua ragazza, Lucia Fantasia, alla stazione Giulio Agricola. Lei è scesa dopo cinque fermate per andare a casa a studiare. Lui è rimasto a bordo, e dopo lo schianto ha aiutato una sconosciuta a salire le scale fino all’uscita. Poi ha telefonato a Lucia e ai suoi genitori per tranquillizzarli, prima di incamminarsi verso l’ufficio. «Pensavo di stare bene. Poi è scoppiato il dolore al collo e a un polpaccio. Tra lo shock e l’adrenalina non me n’ero accorto», racconta mentre aspetta in corridoio il suo referto. «Prima del botto ho sentito le urla dalla banchina di chi ha visto arrivare l’altro treno. C’era fumo ovunque, puzza di bruciato, sangue, feriti stesi in terra. La gente si accalcava disperata verso l’uscita, anche arrampicandosi sullo scivolo di acciaio tra le due scale mobili. Ma alla fine sono usciti tutti in pochi minuti. Poteva essere una tragedia molto peggiore, è andata anche bene».