Bourbon, fumo e un pizzico di follia La musica di un genio nato in taxi

Fra mito e realtà, uno degli ultimi ribelli d’America approda al teatro Arcimboldi . Tre concerti accompagnati dalla sua voce «bruciata»

Fu concepito in un motel tra una bottiglia di whisky rotta e una Lucky Strike incenerita, vicino agli avanzi di un tramezzino al tonno. Nacque sul sedile posteriore di un taxi nel cortile di un ospedale, mentre il tassametro marciava. «Sono uscito dalla pancia di mamma che avevo bisogno di farmi la barba, così ho urlato: “Times Square, e schiaccia su quell’acceleratore”».
Tra mito e realtà, tra alcool e sarcasmo, genio e follia, Tom Waits racconta la sua nascita, segno premonitore della sua poetica maledetta. Ribelle, trasgressivo, santo bevitore (più bevitore che santo, anche se dice di non toccare più whisky da una vita) col ghigno da profeta, estremo poeta del realismo on the road, Tom Waits torna a Milano per un tris di concerti - stasera, domani e sabato - al Teatro degli Arcimboldi.
Una serata d’autore dove la callosità del blues incrocia i miasmi della sua voce roca e bruciata da bourbon e sigarette, dove i suoi personaggi sanguigni, perduti, brutali e notturni si muovono seminando inquietudini forti emozioni. Lui afferra qualsiasi intuizione musicale, divorandola e sputandola fuori con il suo realismo grottesco che poco o nulla concede allo spettacolo, e canta, ed erutta come un Louis Armstrong dei poveri, come un moderno Son House, ma giocando anche con i ritornelli alla Brecht e Weill o alla Hoagy Carmichael. Per questo Luciano Federighi, che lo ha inserito nel libro Le grandi voci della musica americana, sostiene che «c’è in lui molto più del jazzman-beatnik che del rocker. E qualche critico americano ha detto di lui: «con quella voce si potrebbe asfaltare una autostrada». Lui fa spallucce agli ammiratori (tanti) e alle critiche (rare) dicendo: «Ho in gola il giusto clacson per la mia macchina. Quando lo suono la gente scappa, i bambini si spaventano e i clineti mi cedono il posto al bar: che volete di più?».
Del suo sterminato repertorio, che ha affascinato mezzo mondo (persino Van De Sfroos ha trasformato la sua Frank’s Wild Years in I ann selvadegh del Francu, trasformando la Cadillac in una Fiat e il whisky in alccolici italiani ma mantenendo la stessa atmosfera tesa e «on the road»), Waits attingerà a piene mani privilegiando l’ultimo triplo cd (lui è uno che esagera sempre), Orphans, diviso in pratica in tre sezioni, ipotetici capitoli della sua biografia rispettivamente intitolati Brawlers, Bawlers & Bastards (ovvero rissosi, urlatori e bastardi). Nei primi due album Waits, da pirata del rock, avvolge e stravolge tutti i generi della canzone americana, dal blues al jazz, dal country al rock passando dai tempi lenti e sognanti (o da incubo) a quelli rockeggianti. Nell’ultimo cd «il bastardo» manda giù l’ultimo bicchiere e affronta da par suo il Bukowski di Nirvana, il Kerouac di Home I’ll never Be passando poi disinvoltamente ai riff punk dei Ramones e ai blues del picaresco Lead Belly («È morto il giorno in cui sono nato e questo significa qualcosa»).
Ma i fan si attendono anche brani dai suoi album classici, da Rain Dogs come da The Black Rider, dal primissimo Closing Time a Swordfishtrombones a Real Gone.
Oggi Waits s’è calmato. Non beve, vive in una fattoria nella California del Nord, patria del migliore Chardonnay d’America (vicino al confine con il Messico dove è nato nel 1949)ed è felice con la moglie Kathleen brennann, che firma con lui molte canzoni. «Ero un fuco artificiale pronto ad esplodere, lei mi ha salvato». Ma non ha spento la sua voglia di fare spettacolo.