Alla Bovisa la nuova Chinatown tra negozi, bar e case di proprietà

La nuova Chinatown? È in Bovisa. In tutta la zona 8 nel 2008 erano registrati all’anagrafe 4.605 orientali, contro i 3.760 dell’anno precedente. Da circa cinque anni, infatti, si sta sviluppando attorno al Politecnico, una grande comunità, tanto che la scuola Dergano vanta la più alta concentrazione di studenti cinesi, dopo quella di via Giusti, a Chinatown. Gestiscono bar, ristoranti, negozi di parrucchieri, phone center e si concentrano soprattutto tra piazza Bausan, via Imbriani, via Tartini e via Carnevali. La maggior parte di loro provengono dalla regione dello Zheyiang a sud di Pechino. Si tratta di famiglie piuttosto giovani, che si ricongiungono poco alla volta. Non sempre sono gli uomini ad andare in Italia in avanscoperta, può infatti capitare che arrivino prima le donne, e che vengano raggiunte in seguito da mariti e figli. Gli uomini gestiscono principalmente bar, ristoranti, internet point, le donne lavorano in fabbriche tessili fuori Milano. I bambini? Arrivano piccoli con i genitori, poi l’usanza prevede che vengano mandati in Cina per frequentare le scuole primarie e che tornino da adolescenti. Proprio per accogliere e per aiutare i nuovi arrivati il 18 ottobre scorso è stato inaugurato lo sportello Youyi Chuaang «Finestra d’amicizia» in via Ciaia 12, alla parrocchia di San Nicola in Dergano, dove, tra l’altro, è attivo anche un servizio dopo scuola per bambini cinesi. Lo sportello, fondato dall’ong Monserrale, molto attiva e presente in tutto il territorio cinese, è finanziato dall’assessorato alla Famiglia del Comune e fornisce non solo informazioni su lavoro, educazione, permessi di soggiorno ai nuovi arrivati, ma anche un servizio di accompagnamento. «Lo sportello - spiega Chiara d’Imporzano, presidente di Monserrale - vuole essere proprio un ponte di dialogo e di collaborazione con la comunità cinese. Si tratta di un progetto pilota, che può essere già definito un successo vista l’ampia affluenza registrata. Questo grazie ai 3 ragazzi cinesi che lavorano da noi e che sono stati appositamente formati e al fatto che la nostra ong è molto presente e conosciuta nel loro paese. In solo quattro mesi - e si tenga conto che lo sportello è aperto solo al sabato dalle 15 alle 17 - abbiamo avuto 150 richieste: si tratta di pratiche complesse che riguardano la regolarizzazione della presenza dei nuovi arrivati. Noi li aiutiamo con i permessi di soggiorno, li accompagniamo nei vari uffici, spieghiamo loro come funziona il sistema sanitario e scolastico. Molto richiesti sono anche i corsi di italiano». Basta passeggiare per il quartiere, per avere un’idea della presenza di una comunità crescente, che presto potrebbe diventare la nuova Chinatown. La comunità cinese? «È piuttosto ampia - rispondono da un grande agenzia immobiliare - negli ultimi due anni è sempre più numerosa. Rappresentano il 40% della nostra clientela, tanto che abbiamo un interprete per chi vuole vendere o comprare case con noi». Basta dare un’occhiata ai citofoni per capire la portata del fenomeno: in via Carnevali 111, per esempio, il palazzo è abitato quasi esclusivamente da orientali. «Sì, i cinesi in zona sono sempre di più - rispondono da un caffé di via Imbriani - gestiscono quasi tutti i bar e i ristoranti della zona». Stessa risposta arriva dalla pasticceria napoletana dall’altro lato della via: «La comunità si sta espandendo, basta andare in piazza Bausan per rendersene conto: ci sono cinque parrucchiere gestiti da loro, che tra l’altro fanno pagare una piega solo cinque euro. Di questo passo ci rovineranno il mercato... ». «Sta diventando come Paolo Sarpi», fa eco un passante. Al caffè ricevitoria di piazza Bausan, addirittura, i cinesi hanno rilevato l’attività da un italiano che adesso lavora per loro. «Ho gestito questo bar con altri soci per circa cinque anni - racconta Franco Crea - ma a un certo punto loro hanno deciso di mollare per aprire un’altra attività da un’altra parte. Sono rimasto io. Se ho cercato nuovi soci? No, si sono fatti avanti questi signori cinesi e io ho venduto l’attività a loro. Adesso io sono un loro dipendente». Chi l’avrebbe detto...