Alla Bovisa solo i graffiti sono europei

Premessa: sarebbe bello che tutto quanto leggerete qui di seguito non fosse vero.
Sarebbe bello che la Triennale appena inaugurata alla Bovisa diventasse uno spazio giovane, dedicato ai giovani e popolato di giovani. Dinamico. Contemporaneo. Dove si possano ospitare mostre di respiro internazionale e performance artistiche. Con annessi il bookshop e il bistrot aperti fino a mezzanotte. Altro che Leonka. Qualcosa di veramente nuovo, un’idea dirompente per Milano.
Sarebbe bello che avesse ragione Luca Doninelli, inguaribile innamorato di questa città, che proprio su queste colonne scriveva ieri in termini entusiastici: Milano finalmente si muove. E Doninelli intravede chiaramente la direzione di questo movimento: dal centro alla periferia.
Sarebbe bello. Perché il centro di questa città è in fin di vita e basta girare per le strade dello shopping e degli uffici dopo l’orario di chiusura. Tra le sette e le otto cala il coprifuoco: anche trovare un bar aperto per farsi un Campari diventa un’impresa titanica. E allora ben venga la periferia.
Sarebbe bello fare come Berlino, o Londra: recuperiamo le periferie. Questa frase che fa tanto europeo, «il recupero delle periferie». Benissimo, recuperiamo anche la Bovisa, un quartiere che fino a poco tempo fa era addirittura malfamato.
Sarebbe bello. Purtroppo però siamo a Milano, la metropoli delle capitali nel deserto. Dove alla Malpensa c’è un aeroporto nuovo di pacca, ma manca la metropolitana. Dove si sposta la Fiera a Rho, ma non si fanno gli svincoli autostradali. Dove si sposta la Triennale alla Bovisa e chi vuole tornare dal bistrot aperto fino a mezzanotte si arrangi. Perché alla Bovisa, se non ci andate in macchina, ci arrivate solo con il Passante Ferroviario. Se avete 25 euro da buttare potete anche prendere un taxi. Preparatevi comunque a stare fermi nel sottopassaggio almeno venti minuti. E lì sotto, bloccati nell’ingorgo di una strada che finisce nel niente, potrete ammirare bellissimi graffiti urbani.
Ecco, quelli sì. Quei graffiti sono l’unica cosa che ti fa credere di essere in una città veramente europea.