La boxe piange il suo «Flash» Parisi muore in un incidente

Chissà dov’era quel collare? Grande, d’oro, la catena di un ricordo incancellabile portata al collo nei momenti della felicità. C’era scritto Carmela, mamma Carmela. Mamma Carmela, dov’eri ieri sera? O forse sapevi tutto: stavolta non sarebbe stato un ko da cui rialzarsi. E, invece, dov’era la stella luminosa e sfuggente che Giovanni Parisi ha sempre inseguito e qualche volta pensato di toccare? L’ha guidato in una vita fatta di privazioni e ostinazione, successo e incomprensioni, determinazione e dissipazione. Tutto volato in cielo, nello schianto che ieri sera poco dopo le otto lo ha portato via da questo mondo. Aveva 42 anni, ma non un futuro dietro le spalle. Viaggiava in auto, magari a modo suo, caratterialmente baldanzoso e spericolato. La sua Bmw è andata a sbattere contro un furgoncino sulla tangenziale di Voghera, non la città della sua terra, certo la città del suo cuore. Uno schianto e addio: morto sul colpo.
Perdiamo un campione. Chi è stato campione alle Olimpiadi, campione lo è sempre. Perdiamo un uomo. Giovanni Parisi era un uomo dagli occhi luccicanti, quasi febbricitanti per le voglie che lo divoravano dentro, testardo e idealista, amava gli amici e le donne, giocare a calcio e giocare con i suoi cani. Li aveva chiamati, i cani, Marvin e Hagler, perché quello era il suo idolo.
I capelli nero pece, il pizzetto intorno al mento, tratteggiavano il ritratto di un personaggio del tempo antico, una vita spuntata tra ciminiere e campi di grano a Vibo Valentia, sull’altipiano del Poro: poco prima di Natale, il 2 dicembre 1967. Mamma Carmela rimase presto sola, il padre di Giovanni se la filò. E lei, napoletana di sant’Anastasia, non perse mai il senso dell’arrangiarsi con il sorriso sulle labbra. Caricò i suoi tre figli e se li portò a Pavia. Qualche anno dopo a Voghera. E assecondò anche la voglia di Giovanni di finire su un ring. Non fece in tempo a capire di avere avuto ragione. Morì nel maggio 1988, pochi mesi prima che Giovanni, a settembre, diventasse campione olimpico a Seul. A quella Olimpiade Parisi non doveva partecipare, perché il suo ct Franco Falcinelli, oggi presidente federale, vedeva altri meglio di lui. Gli impose una categoria di peso inferiore (piuma): Giovanni lottò con il fisico e la fame. Lottare era la sua forza, una ragione di vita. Ci riuscì e vinse. Sul ring coreano risuonò quell’urlo disperato e crudele. «Carmela! Carmela!». Parisi non dimenticò mai la mamma, in ogni momento.
Tecnicamente il pugile era già una bellezza. Il sinistro micidiale: un colpo guizzante e preciso, un «Flash» che divenne poi il suo soprannome. Quel collare d’oro il portafortuna. La mascella leggera l’eterno handicap. Più di una volta Parisi si è ritrovato sedere a terra, ad artigliare il tappeto per risollevarsi. Ma è sempre arrivato all’obiettivo: campione del mondo in due diverse categorie (leggeri 1992-1993 e superleggeri 1996-1998), provò la via americana andando ad affrontare Julio Cesar Chavez, mito dei pugni, ma ne rimase folgorato, riprovò a tornare campione, la mano sinistra rovinata lo tenne lontano, la passione lo riavvicinò sempre, finchè non decise il ritiro dopo una sconfitta, nel 2006.
Finanziariamente non gli mancava niente, aveva fatto fruttare i tanti danari guadagnati. Ora stava solo cercando una strada. Non era mai andato a sbattere contro un avversario. Aveva intuito del pericolo. Carmela ieri sera dov’eri?