La bozza Chiti? Morta prima di nascere

\Il ministro per le Riforme costituzionali Vannino Chiti nutre fiducia. L’alto papavero della Quercia è convinto che entro febbraio, grazie a una intesa di massima tra maggioranza e opposizione, dal suo cilindro uscirà il coniglio di un documento sulla riforma elettorale che le commissioni parlamentari competenti tradurranno in norme giuridiche. Ha fretta e intende stringere i tempi. Per il vero non è il solo a pensare che non si può fare melina all’infinito senza pagare un prezzo salato. Anche il presidente del Senato, Franco Marini, ritiene che un’accelerazione sia indispensabile. Altrimenti nella primavera dell’anno prossimo con ogni probabilità saremo chiamati a pronunciarci sul referendum manipolativo del professor Giovanni Guzzetta. Grazie al premio di maggioranza trasferito dalla coalizione vincente al partito più votato, ci farebbe passare dal bipolarismo a un bipartitismo di marca britannica.
C’è tuttavia da domandarsi se questa fretta non sia alquanto sospetta. Certo, il referendum fa paura un po’ all'intero schieramento politico. Innanzitutto ai partiti minori, che sarebbero costretti a confluire in un calderone poco rispettoso delle rispettive identità. Ma anche ai quattro maggiori partiti. Ma sì, ai Ds, alla Margherita, a Forza Italia e ad An. Ai primi due, perché verrebbero ricattati dagli alleati e a farne le spese sarebbe il governo, che cadrebbe giù per terra. Ma anche agli altri due, che non potrebbero più contare sull’apporto dell’Udc di Casini e della Lega di Bossi. Intendiamoci, i quattro grandi sarebbero tentati di adottare sistemi elettorali che garantiscano senza ombra di dubbio la mitica governabilità. Ma ecco il paradosso: l’acquisterebbero da un punto di vista istituzionale e subito dopo la perderebbero sotto il profilo politico. Ma forse c’è dell’altro. Ds e Margherita sanno bene che questo governo è di gracile costituzione. Può cadere da un momento all’altro. E cercano di cambiare alla svelta una legge elettorale che a parole non entusiasma nessuno prima di tornare alle urne.
Sta di fatto che non tutti a sinistra condividono questa accelerazione dei tempi. Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e il Correntone dei Ds riconoscono che il problema esiste, ma dicono che non è prioritario. Anche perché, come osserva il diessino Salvi, per far saltare il referendum elettorale basta non raccogliere le firme. Come che sia, il ministro Chiti già si predispone a recitare la commedia degli inganni. Dai suoi incontri politici ha ricavato l’impressione che si possa raggiungere un largo accordo sul cosiddetto Tatarellum, ossia sulla legge 23 febbraio 1995, n. 43, che detta nuove norme per l’elezione dei Consigli delle regioni a statuto ordinario. Una legge in forza della quale quattro quinti dei consiglieri sono eletti sulla base di liste provinciali concorrenti e un quinto con sistema maggioritario.
Ma l’inghippo salta agli occhi. La governabilità a livello regionale è stata assicurata solo quando la legge costituzionale n. 1 del 1999 ha previsto l’elezione diretta del presidente della Regione e l’automatico scioglimento del Consiglio nel caso che sfiduci il presidente. Occorrerà quindi una riforma costituzionale ad hoc. L’astuto Chiti poi si allarga. Non esclude una riforma del bicameralismo, il voto ai diciottenni per il Senato, il rafforzamento della figura del presidente del Consiglio, la riduzione del numero dei parlamentari. Lacrime di coccodrillo, insomma, dopo aver osteggiato la riforma costituzionale della Casa delle libertà cancellata dal referendum. Così il tempo fuggirebbe e Prodi avrebbe la speranziella di restarsene nel frattempo al caldo di Palazzo Chigi. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un’opposizione di centrodestra che non la beve.
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