Bpi, la Borsa fa il tifo per Popolare Milano

L’orientamento dei soci e la carta della holding giocata da Zanetti e Leoni

Massimo Restelli

da Milano

Affinità «politiche», generosità delle offerte, equilibri di governo e umori della base sociale: il monopoli del credito cooperativo torna oggi sul tavolo dei consiglieri di Banca popolare italiana. Con ogni probabilità un altro passaggio intermedio per completare una prima analisi delle tre proposte già pervenute (Bipiemme, Bpvn, Bper) e allargare la corsa a Bpu ma sufficiente per indurre Piazza Affari ad abbozzare un quadro di vinti e vincitori.
A partire da Bipiemme (protagonista di un balzo del 5,9% a 4,4 miliardi di capitalizzazione) in cui Merrill Lynch ha individuato un ottimo compagno di viaggio per Popolare italiana (più 0,95%) stimando 450 milioni di sinergie potenziali anche grazie al «perfetto incastro» tra la storia dei ricavi e dei costi dei due istituti. Anche se al momento l’attenzione sarebbe stata concentrata sull’aspetto industriale, per superare le ultime resistenze, il presidente Roberto Mazzotta si sarebbe detto disponibile a risevare a Lodi la sede legale. Gli umori all’interno di Bpi appaiono però frammentati: se l’asse con Milano sembra, infatti, avere riscosso consensi all’interno del consiglio (a partire dal presidente Piero Giarda e dal vice presidente Enrico Perotti) anche per «affinità politiche», diversa appare la sensibilità nel corpo sociale della popolare lodigiana.
Dove, anche a causa del peso ricoperto dai sindacati negli equilibri di Bipiemme, avrebbero fatto breccia le avance che l’amministratore delegato di Popolare Emilia Romagna, Guido Leoni (più 2,1%) e il presidente di Popolari Unite, Emilio Zanetti (più 0,8%) hanno finora saputo coniugare con un grande understatement. Completa il quadro la situazione di Bpvn (più 0,6%) che, malgrado la generosità di un’offerta che a differenza di quella di Bpm potrebbe incorporare una significatica parte in denaro, rischia di risultare sfavorita dalle sue stesse dimensioni (8,4 miliardi la capitalizzazione).
A Lodi, infatti, è forte il partito che rifiuta l’idea di essere preda propendendo per un’integrazione alla pari e che preservi il rapporto dell’istituto con il territorio. Come appunto si configurebbe quella con Bper, soprattutto dopo che Leoni ha detto di progettare una fusione per arrivare, attraverso due concambi e un possibile premio in denaro, a una holding comune quotata sotto cui rimarrebbero le banche reti.
Struttura simile a quella già adottata da Bpu che, per quanto più grande di Lodi (i due gruppi capitalizzano rispettivamente 7,5 e 5,8 miliardi), potrebbe mettere a fattor comune l’esperienza accumulata nel rilancio di Comindustria e gli accordi internazionali nel risparmio gestito.
Dal punto di vista territoriale le maggiori «compatibilità» rimangono quelle raggiungibili con Modena (4,2 miliardi il valore sul mercato Expandi) o con Verona. In definiva, un groviglio di vantaggi e di sinergie che sono al vaglio dei consulenti di Mediobanca e Rothschild. Il mutato scenario competitivo conseguente alla nascita di un colosso europeo come Intesa-Sanpaolo e il pressing di Bankitalia dovrebbe convincere Lodi a sposarsi. Sempre che all’interno del gruppo non prevalga l’idea di quanti in consiglio di ammistrazione hanno già sottolineato l’opportunità di attendere lo sviluppo del piano industriale impostato dall’ad Divo Grochi e dal direttore generale Franco Baronio. Superato il passaggio odierno, il prossimo confronto è il 13 settembre, quando il board sarà chiamato ad approvare la semestrale.