Bracchi (Aifi): «Per l’Italia è una prima assoluta»

da Milano

«Quella di Cdb Web Tech è sicuramente un’operazione coraggiosa. Un’iniziativa di questo tipo non solo si adatta alla realtà italiana ma lancia anche un segnale importante di fiducia al sistema industriale, che mi auguro venga raccolto anche da altri soggetti».
A parlare è Giampio Bracchi, presidente dell’Aifi, l’associazione che riunisce 80 soggetti finanziari che operano sul mercato italiano dell’investimento in capitale di rischio. Bracchi è anche vicepresidente di Banca Intesa e consigliere d’amministrazione di Cir e della stessa Cdb Web Tech. «La nostra associazione è nata 20 anni fa, quando ancora il private equity e i venture capitals in Europa non esistevano. Adesso sono una realtà importante».
La convince la formula del fondo di investimento industriale?
Conferma la volontà di alcuni imprenditori importanti di continuare a investire nel nostro Paese. Anche se la nuova iniziativa non avrà vita facile. Anche dal punto di vista giuridico.
Vale a dire?
«La strada scelta dai finanziatori è una strada mai battuta finora nel nostro Paese. Negli Usa c’è un solo fondo del genere, il Cerberus. I fondi di private che conosciamo sono “chiusi” e durano sette, dieci anni. Dopo i quali il capitale viene restituito. Nel caso di Cdb Web Tech ci saranno sottoscrittori, che fanno un investimento industriale su altre aziende in difficoltà. Dunque non sarà un fondo, ma un contenitore di partecipazioni finanziarie. Detto questo, i problemi sono quelli legati all’attuale normativa fallimentare, che sostanzialmente predilige le esigenze dei creditori rispetto al rilancio della stessa azienda. Il nuovo soggetto dovrà affrontare sia un coinvolgimento finanziario sia quello manageriale, ed è opportuno evitare di subentrare ad aziende vicine al fallimento. Gli accorgimenti previsti dalla Legge Prodi, per esempio per Parmalat, vanno in questa direzione. Se un’azienda viene risanata, anche i creditori ne traggono vantaggio. Il collegato alla Finanziaria ha ulteriormente migliorato il quadro normativo, ma c’è ancora molto da fare».
L’Aifi ha già avanzato qualche proposta al governo?
«Certamente. Per esempio abbiamo proposto di inserire una norma che consenta al giudice del tribunale fallimentare di affidare un’azienda in difficoltà non già ad un professionista, ma a una società specializzata, come sarà Cdb. Alla società potrebbe essere assegnata una specie di prelazione qualora il curatore fallimentare disponesse la cessione dei rami aziendali.
Qualcuno ha associato l’iniziativa di Cdb Web Tech a Fiat...
«È una pista che non sta in piedi. Per pensare di rilevare l’azienda torinese ci vogliono almeno 5 miliardi di euro, non 500 milioni. Con questo investimento iniziale Cdb può pensare a una decina di aziende che capitalizzano 100, 150 milioni di euro e così diversificare il proprio investimento. È impensabile che si concentri su un’unica società».