Brachetti: «Siamo vasi vuoti, vendiamo la nostra anima»

Marco Guidi

Definirlo un semplice artista trasformista sarebbe fargli torto. Arturo Brachetti è infatti molto di più che uno showman capace di cambiarsi i costumi da scena in pochi secondi. È un attore, un illusionista, un regista, ma soprattutto un inventore di storie e personaggi. «In molti credono di potermi imitare solo copiando i miei numeri - spiega il "Versace a ultra velocità", come lo chiamano in Francia -. Quello che non capiscono è che bisogna usare l'abilità di trasformarsi per raccontare e non viceversa».
In gennaio, agli Arcimboldi, il Fregoli di Torino ripresenta L'uomo dai mille volti, il suo one-man-show che ha fatto rimanere a bocca aperta mezzo mondo negli ultimi due anni. Madrid, Parigi, Montreal hanno appena applaudito le sue prodezze.
Brachetti si rituffa nella sua infanzia grazie al ritrovamento nel solaio di un baule colmo di ricordi e personaggi. La fantasia dà vita così a Barbie, Pinocchio, King Kong, Charlie Chaplin, Frankenstein e molti altri. Ben ottanta in cento minuti di spettacolo. Ce ne sarà uno preferito? «Nessuno - risponde lui -. Anche se forse mi sento più simile ai pupazzi o alle donne che rappresento, per la loro giocosità e leggerezza». Sul più difficile da portare in palcoscenico, invece, Brachetti non ha dubbi. «Me stesso. Come tutti gli attori ho il bisogno di nascondermi dietro a una maschera, a un ruolo da interpretare. Siamo vasi vuoti da riempire di volta in volta, venditori della propria anima. Nei miei panni comuni, in scena, mi sento a disagio».
Come è riuscito Brachetti a far rivivere il mito di Fregoli? «Grazie alla voglia di ribellarsi socialmente. A undici anni i miei mi obbligarono a entrare in un collegio religioso. Ero un bambino timido: non mi piaceva giocare a calcio e passavo tutto il giorno con in mano le marionette, a fantasticare». Proprio dai preti, però, Brachetti trova la guida che lo spingerà verso l'arte del trasformismo. È don Silvio Mantelli, un giovane sacerdote che si diletta con giochi di prestigio, trucchi e libri di magia. Arturo comincia così a cimentarsi e a 15 anni organizza il primo spettacolo, dove in un battibaleno prende le sembianze di una strega, di un cantante e di un uomo in frac. Forse non immagina ancora che avrebbe calcato i palcoscenici di tutto il mondo. «Quando a 17 anni abbandonai il collegio, padre Mantelli mi disse di continuare perché la mia era una vocazione, anche se non c'entrava con la religione. Piuttosto era il dono di far sognare la gente. Aveva ragione lui: ancora oggi è questa la mia missione».