Branciaroli cerca la Medea «divinizzata» da Euripide

«Personaggio imperfetto, ma portato a redimersi dalla follia che lo agita»

Viviana Persiani

Uno spettacolo insolito, una sorta di lezione didattica dove l'interprete si ferma per spiegare, al pubblico, ciò che avviene sulla scena. Un'idea originale resa ancora più suggestiva dall'"insegnante", quel Franco Branciaroli che dall'8 sarà il protagonista assoluto, al Crt - Teatro dell'Arte, di Cercando Medea.
«È una storia bellissima, ricca di monologhi e scritta in modo originale - spiega l'attore e regista -. Io, al centro della scena, nei panni di tutti e quattro i personaggi, tra un quadro e l'altro, mi fermo per spiegare, a chi è in platea, la stratificazione della storia di questo mito».
Qual è la Medea che porta in scena Branciaroli?
«Non è sicuramente un'eroina tragica, men che meno perfetta, a causa della sua troppa razionalità. Dopo aver affrontato il testo di Euripide, al Piccolo, con Luca Ronconi, ho voluto nuovamente analizzare un personaggio problematico come Medea, la cui vicenda non va limitata all'episodio più conosciuto, quello dell'omicidio dei figli. Certo, non si può negare che quel suo diabolico piano di vendetta per infliggere dolore al padre della sua prole, colpisca più di ogni altra cosa».
Lei propende per una Medea vittima o carnefice?
«Io porto in scena una Medea euripidea, che stranamente non viene punita per aver inferto la morte ai figli. Proprio per questo è una divinità che ha voluto venire sulla terra per avere l'esperienza dei sentimenti, delle emozioni umane, degli orrori, della violenza. Non a caso, alla fine, scompare ma redenta. Proprio qui si capisce la complessità del personaggio guidata da passioni più forti della ragione. Comunque, è sempre una Medea molto misteriosa».
Lei interpreta ben quattro personaggi. Una prova d'attore non indifferente. Cosa cambia nel preparare uno spettacolo così atipico?
«È certamente molto impegnativo ma non cambia nulla nella preparazione. Una volta che spadroneggi con la materia, cambiando le intonazioni puoi dar vita ai diversi soggetti che agiscono nel testo».
Euripide ha puntato molto sulla psicologia dei suoi personaggi. Lei ha mantenuto fede a questo aspetto in questa sua lettura?
«Nella messinscena salta fuori quello che c'è nel testo. L'attore è un ingegnere della parola; il che rende inutile immedesimarsi nei propri personaggi. L'importante è saper interpretare la parola dell'autore. In questo caso, siamo di fronte ad un grande e bellissimo testo».
Dopo Medea, ha in previsione altri progetti sui miti classici?
«Non so cosa farò; questa è stata un'occasione».
Il Crt vanta una platea particolarmente giovane. Come pensa sarà accolto questo spettacolo visto che si continua a parlare di crisi culturale della nuova generazione?
«In effetti, i giovani non vanno a teatro perché lo ritengono quasi un mondo "poco raccomandabile", élitario, dove fondamentalmente ci si annoia. Anzi, chi va a teatro viene visto come colui che, quasi, non ha niente di meglio da fare».
Allora, lei perché fa teatro?
«Mi verrebbe da dire per me stesso. A volte, quasi come un "sadomasochista" salgo sulla scena pur sempre garantendo professionalità e qualità, anche quando in sala si presentano venti persone. Ecco perché in questa occasione ho pensato ad uno spettacolo didattico, magari capace di fornire delle chiavi di lettura originali per un testo non facile».