Branciaroli: «In Don Chisciotte vedo Stanlio, Totò e Carmelo Bene»

L’attore inaugurerà il prossimo Meeting di Rimini con un testo tratto dal libro di Cervantes

Miriam D’Ambrosio

da Rimini

Una sfida accettata, un guanto raccolto senza esitazione. Franco Branciaroli, attore, autore e regista, porta in scena per la serata inaugurale della XXVI edizione del Meeting di Rimini (21 agosto), il suo testo sul Don Chisciotte, un viaggio particolare nel romanzo che ha segnato l'inizio dell'era moderna. La voglia di rappresentare l'uomo che ama e combatte il suo mondo e lo trasfigura per necessità, uno che «una mattina all'alba, per la porta di una corte uscì alla campagna, pieno di gioia», e affrontò la vita.
«Mi piacciono le sfide - annuncia Branciaroli - nel romanzo di Cervantes c'è molto teatro, la forma è dialogica, ma la teatralità del testo è sempre al servizio del romanzo. In questo mio Chisciotte ho messo in scena gli autori: Miguel de Cervantes, ovviamente, e Cide Gamete Benengeli, l'arabo da cui lo spagnolo ha preso la storia. E poi Miguel de Unamuno, il filosofo cattolico che ha svelato le paure moderne del Don Chisciotte. Secondo Unamuno Cervantes non si rende conto della grandezza della sua creatura. Alonso Chisciano era un imitatore straordinario di vite avventurose di cavalieri erranti. Lui e Sancho Panza sono una coppia che sta all'origine di molte altre coppie sceniche (teatrali e cinematografiche). Ma nel rappresentarli non bisogna cadere nel rischio della caricatura». Franco Branciaroli ha messo sulla scena quindici attori: gli autori, i personaggi di contorno e tre coppie-specchio di Sancho e Alonso, gli archetipi. «Si tratta di Totò e Peppino, Stanlio e Ollio, Vittorio Gassman e Carmelo Bene - spiega -. In scena io incarno questi ultimi due (oltre a Chisciotte e al suo servo). L'azione e le parole sono rappresentate e dette in una dimensione atemporale. Tutto è molto semplice, essenziale, dalla scena ai costumi. Quattro, cinque bozzetti del Don Chisciotte si intersecano tra loro. È un romanzo in cui gli episodi sono a sé stanti, vivono ciascuno di vita propria, come nell'Odissea».
È interessante l'idea di Branciaroli di associare a Chisciotte e Sancho due grandi coppie di attori comici e due uomini di teatro diversi, in bilico costante tra arte e follia o tra egocentrismo, perfezionismo esasperato e voglia di ombra. Attori, gente in lotta e in amore tra finzione e realtà. Due, uno si nutre dell'altro, si appoggia, si assimila. «Miguel de Unamuno considera Sancho e Chisciotte due spiriti eterni - continua Franco Branciaroli - e scrive che il Don Chisciotte è il romanzo della formazione di Sancho. Quando Alonso torna in sé, la follia vive in Sancho. Si assiste alla sua progressiva chisciottizazione. Il sogno di Chisciano diventa realtà con Panza. Se è vero che Chisciotte perde la fede, l'acquista Sancho e sarà lui a tirar fuori ancora una volta Ronzinante dalla stalla, a indossare la corazza e a portare l'illusione e l'utopia sulla terra. Libertà e follia, avventure vissute come esercizi spirituali, superamento dei limiti».
Lo spettacolo di Franco Branciaroli con la sua compagnia «Gli incamminati» sarà rappresentato solo la sera del 21 agosto, davanti alle tremila anime del Meeting riminese. Lui al testo (su commissione, come si usava una volta per i drammaturghi) ci sta lavorando da maggio, non senza fatiche e difficoltà. È la quarta volta che Branciaroli apre il Meeting. Dopo Miguel Manara dell'89 è arrivato L'assassinio nella cattedrale (1990), e nel '91 L'Antigone di Sofocle. Dopo 14 anni torna con uno spettacolo meno imponente (due ore complessive), un affondo intenso nella libertà interiore. Un viaggio affascinante e tentatore dal quale ha voluto tenersi lontano fino a questo 2005, anno in cui il Don Chisciotte compie quattro secoli. «Se va tutto bene, come spero, penserò a una tournée per il prossimo anno», conclude l'attore che in questa stagione ha un appuntamento con Samuel Beckett e il suo Finale di partita.