BRANCIAROLI e Beckett La vita è una scacchiera

«Finale di partita» va in scena al Grassi: un messaggio per l’uomo

Ferruccio Gattuso

Nelle celebrazioni del centenario della nascita di Samuel Beckett non poteva mancare Finale di partita, capolavoro tormentato del drammaturgo irlandese che - nell'allestimento diretto e interpretato da Franco Branciaroli - occupa il cartellone del Teatro Grassi dal 7 al 19 novembre.
Un testo, questo, che per guadagnare con pieno merito il centro della scena, dovette passare attraverso numerosi ostacoli, primo dei quali la rigidità del gusto comune, anchilosato rispetto alle graffianti premonizioni di un racconto crudele, incentrato sulla tragicomicità del vivere umano.
Un passaggio doloroso e, a volte, persino privato della dignità del dolore, quello che gli uomini compiono sulla terra: e difatti non furono pochi gli interpreti che preferirono declinare l'invito a cimentarsi con i personaggi protagonisti della pièce, composta nel 1955.
Goffi, clowneschi, immersi fino al collo in bidoni della spazzatura, schiavi di un passato che non passa, alla ricerca di un disperato modo di comunicare, i personaggi di Finale di partita sono sempre sconfitti dall'uso nichilista delle parole, e da un rumore di fondo che toglie senso ad ogni possibile verità, se mai ce n'è una.
È esattamente quella «infermità motoria, linguistica e visiva» - il ridicolo che faceva dire a Beckett “non c'è nulla di più comico dell'infelicità” - che ha spaventato diversi attori ma che non fa recedere dalla missione beckettiana un artista come Franco Branciaroli, pronto a inserire nel testo del genio irlandese sorprese e tocchi originali. Anche se, precisa l'attore e regista, «in realtà non puoi fare la regia di Finale di partita, perché è già tutto scritto dall'autore: perfino quanti minuti l'interprete deve stare in silenzio».
Quanto all'esito simbolico dell'opera, spiega Branciaroli, «il messaggio di Beckett sull'uomo è tragicamente vero. Il mondo da lui rappresentato poteva sembrare assurdo fino a qualche tempo fa: oggi, tutto si è avverato. L'unico rischio che può correre Beckett è il beckettismo, il sussiego che molti hanno verso la sua opera, senza conoscerla veramente. E così, alla fine, Beckett risulta noioso, e non per colpa sua: si ride leggendolo, per la sua comicità, si sbadiglia vedendolo in teatro. Io ho cercato di recuperare quella comicità originaria».
Nelle scene di Margherita Palli si muove il cieco e infermo Hamm (Branciaroli), prigioniero di una sedia a rotelle, assistito - per lo più servito - dal figlio adottivo Clov (Tommaso Cardarelli). Accanto a loro, i genitori di Hamm, Nag (Alessandro Albertin) e Nell (Lucia Ragni), rimasti mutilati in seguito a un incidente, «alloggiati» in due bidoni dai quali cercano di acciuffare qualche leccornia che faccia riassaporare loro una parvenza di sapore esistenziale.
Insomma, la vita - come evoca chiaramente il titolo del capolavoro beckettiano - è una sfida a scacchi, per la precisione quel momento teso e definitivo che è il «finale di partita», da Beckett ben conosciuto in quanto appassionato dell'antico gioco con torri e alfieri: il Re può attaccare liberamente, ma altrettanto facilmente può essere messo sotto scacco. E rinviare così, ma non eludere - come fa in effetti il protagonista in scena - la débâcle definitiva.
Finale di partita, Piccolo Teatro Grassi, da martedì, info 848800304, ingresso 29,50 e 23,50 euro