Brasile, domani il verdetto per Battisti

La Corte Suprema si pronuncerà sulla richiesta di estradizione per il terrorista. Ma per la procura di Brasilia il caso è d'archiviare perché il leader dei Pac ha ottenuto l'asilo politico

È partito il conto alla rovescia per Cesare Battisti. Domani si riunirà il Supremo Tribunale Federale brasiliano per decidere se archiviare o meno il processo di estradizione per il terrorista italiano. Per il procuratore generale del Brasile, il leader dei Pac non sarebbe più estradabile perché ha ottenuto dal ministro della Giustizia lo status di rifugiato politico. In attesa della decisione della corte suprema, Battisti dal carcere continua a proclamarsi innocente, scaricando tutte le accuse sui quattro suoi “ex compagni” condannati assieme a lui e definendo «esagerata» la reazione dell'Italia alla decisione brasiliana di riconoscergli lo status di rifugiato. Una decisione arrivata a sorpresa il 14 gennaio scorso. Non più tardi del 28 novembre infatti il Comitato nazionale per i rifugiati (Conare) del ministero della Giustizia aveva respinto la richiesta d'asilo presentata dal terrorista italiano nel marzo 2007, dopo che da Roma era arrivata richiesta di estradizione. In Brasile Battisti era arrivato dopo aver fatto perdere le sue tracce il 22 agosto del 2004, lasciando la Francia, dove, evaso da un carcere italiano, si era rifugiato nel 1980. A localizzarlo in un primo momento in Sud America dopo lunghe ricerche erano stati gli agenti francesi e i carabinieri del Ros. Ma Battisti era riuscito ancora una volta a dileguarsi fino al 18 marzo del 2007 quando venne catturato dalla polizia brasiliana e dagli agenti arrivati da Parigi assieme alla sua compagna. A Parigi l'ex leader dei Pac, grazie alla “dottrina Mitterrand”, si era rifatto una vita: abbandonata la lotta armata, si era dato alla scrittura, diventando giallista e pubblicando opere in cui proponeva alcune analisi sull'esperienza dell'antagonismo radicale. Poi, però, quando l'aria era cominciata a farsi più pesante, Battisti aveva deciso di fuggire. A cambiare le carte in tavola era stato il parere favorevole all'estradizione dato dalla Corte d'appello di Parigi il 30 giugno del 2004. Poco dopo il presidente francese Jacques Chirac aveva fatto sapere che avrebbe dato il via libera all'estradizione nel caso in cui il ricorso in Cassazione presentato dai legali di Battisti fosse stato respinto. «La dichiarazione di Chirac, due giorni dopo la decisione della Corte d'appello, è riuscita a togliermi ogni speranza», aveva detto l'ex leader dei Pac nella lettera inviata ai propri avvocati per spiegare le ragioni della sua fuga. «Di fronte al baratro, cosa mi resta? - aveva scritto -. Soltanto i miei figli e la sottile possibilità, un giorno forse, di potermi spiegare sulle mie responsabilità politiche e di tornare infine su quel passato che l'Italia vorrebbe, mi pare, seppellire per sempre, al prezzo di una contraffazione storica». Pur riconoscendo di aver fatto parte dei Pac, Battisti si era sempre detto innocente, nonostante fosse stato condannato a due ergastoli per quattro omicidi: in due di essi, quello del maresciallo Antonio Santoro, avvenuto a Udine il 6 giugno del '78, e quello dell'agente Andrea Campagna, avvenuto a Milano il 19 aprile del 1979, fu lui a premere il grilletto.