In Brasile E oggi il caso passa alla Corte suprema

Potrebbe essere la tappa decisiva di una vicenda lunga trent’anni. Oggi il Supremo tribunale federale brasiliano si riunisce per decidere se archiviare o no, una volta per tutte la richiesta dello Stato italiano di estradare Cesare Battisti nel nostro Paese, dove deve scontare 2 ergastoli per 4 omicidi. «La questione è stata affidata a mani competenti, il tribunale saprà sicuramente trovare una soluzione giusta», ha promesso ieri il presidente della corte, Gilmar Mendes. Se sarà davvero così, lo scopriremo nel giro di pochi giorni. Il Guardasigilli brasiliano Tarso Genro, che ha concesso al pluriomicida lo status di rifugiato politico, ha infatti ribadito che «siamo tutti vincolati alla decisione del tribunale», e che i lavori della corte «potrebbero durare 15 o 20 giorni» per arrivare alla sentenza definitiva. In aula verrà sentito il procuratore generale brasiliano Antonio Fernando de Souza, che chiederà la non estradizione proprio in base al patentino di «perseguitato» rilasciato a Battisti dal ministro della Giustizia, ma avrà spazio anche un avvocato del governo italiano e sarà analizzato pure il rapporto del Conare, il Comitato brasiliano per i rifugiati, che si è sempre rifiutato di concedere asilo politico al latitante italiano. Intanto, gli avvocati di Battisti si preparano alla difesa in aula puntando ancora una volta sulla lettera inviata all’assassino dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Un testo di 19 righe, scritto il 6 febbraio dell’anno scorso, che definisce Battisti «criminale politico» e «rivoluzionario impotente». In un’intervista al quotidiano brasiliano «O Globo», proprio ieri Cossiga ha ricordato che «lo status di rifugiato politico si concede a coloro che sono perseguitati politicamente e che, se tornassero nel loro Paese di origine, potrebbero essere torturati e perfino uccisi». Evidentemente non è questo il caso del «criminale» Battisti: «la condanna italiana è stata giusta», mentre a sbagliare è solo il governo brasiliano. E alla fine il presidente emerito ha ammesso: «Se avessi saputo che quella lettera sarebbe stata usata per sostenere la tesi dell’asilo politico non l’avrei scritta».