«Dal Brasile a Milano: le mie borse sono nate inseguendo un sogno»

Non provate a definirla stilista: «Sono una designer, faccio cose in cui le donne si possono identificare». Paula Cademartori, talento emergente di 27 anni, a 20 ha lasciato la sua terra, il Brasile, con una laurea di disegno industriale in tasca, per trasferirsi in Italia e inseguire il suo sogno. Sogno che «si sta avverando giorno dopo giorno», perché la designer ha lanciato (lo scorso settembre a Parigi) una linea di borse che porta il suo nome, Paula Cademartori, e adesso sarà al White (25-27 febbraio) con la nuova collezione per il prossimo inverno. «Non ho mai voluto disegnare vestiti. Sono gli accessori che raccontano esattamente chi sei, non gli abiti. Si dice che le scarpe sono fatte per sedurre gli uomini, e le borse per farsi vedere dalle altre donne: verissimo. Per ogni donna la borsa è una piccola casa da portarsi in giro».
Ci accoglie nel suo showroom elegante ed essenziale nel cuore di Milano, un mix misurato di pezzi d'epoca e contemporanei. Sorriso dolce, faccia pulita, eleganza basic con un che di rétro, Paula ci mostra le sue creazioni con l'entusiasmo e la passione di chi davvero crede in ciò che fa. Per arrivare fin qui ha superato molti ostacoli e tenuto duro per anni. Ha dovuto scontrarsi con i genitori (mamma avvocato, papà imprenditore, famiglia di medici di origini italiane), perché una decina di anni fa il mestiere di designer in Brasile era ancora qualcosa di troppo astratto. Meglio l'architetto, o un ruolo in azienda con papà. La ragazza però ha le idee chiare, tanto che a 16 anni, invece di andare in vacanza con le amiche, preferisce passare l'estate in una bottega per imparare come si fa una scarpa. «I miei mi hanno insegnato: se vuoi qualcosa, devi inseguirla, e io li ho sempre ascoltati». Quando i suoi vedono i primi risultati (le scarpe, i bijou disegnati prima della laurea), cambiano idea e decidono di appoggiarla.
Nata a Porto Alegre, oggi Paula vive a Milano, che adora, e della sua terra di origine si porta dietro la positività, l'allegria e un pizzico di saudade. Ma è anche una ragazza del terzo millennio: cosmopolita, attenta a tutto ciò che succede nel mondo, alle nuove tendenze, sempre connessa (fra blog e social network) e molto hi tech. E, naturalmente, superchic. Come le sue borse. Che hanno un'allure d'altri tempi, vagamente '70 (ci mostra una foto della nonna, sua icona di stile fin da bambina), eppure sono così contemporanee (pensate per contenere iPad e black berry). Fatte interamente in Italia, sono oggetti cult, sofisticati, ma anche piacevoli al tatto e pratici. E pensati «per rendere più belle le donne». Colori decisi, come l'antracite o il verde bosco, su pellami originali come il vitello scamosciato e laminato, accostati al pitone dorato, al cervo, al cavallino. Per un effetto day and night.
Dettagli curati e dimensioni studiate per essere chic ma utili: la busta è doppia, molto capiente, e si porta a mano come pochette, al polso o con la tracolla (che poi volendo diventa cintura o collana), le clutch sono allungate e fatte per essere riempite con un sacco di cose. Segno distintivo è una fibbia geometrica di ottone con finitura in palladium satinato.
«Ho sempre pensato di fare accessori. Quando ho disegnato la prima bag ho capito che era la mia strada». È il 2006. Uscita (cum laude) dal master alla Marangoni di Milano, lavora un anno da Orciani, poi due anni nell'ufficio stile di Versace. «Lì ho fatto la vera gavetta, ho stretto i denti e imparato moltissimo disegnando accessori». Poi è la volta di Vogue Talents, dove arriva fra i finalisti con una linea di scarpe. Ora si dedica anima e corpo al nuovo progetto, «un anno passato in giro per l'Italia a cercare le concerie e i produttori di pelli e metalli»
Oggi, in attesa che arrivino i buyer che contano, quelli che fanno davvero ricerca, sogna di vedere una delle sue borse al braccio di nuove icone di stile come Charlotte Casiraghi o Charlotte Gainsbourg, non a caso una delle sue creazioni si chiama proprio Charlotte. Anche le altre borse hanno nomi di donne (Silvy, Olivia... ) perché sono fatte per le donne. «Tutte le donne», ci tiene a dire. «Perché le mie muse sono le "very normal people" con cui lavoro e che incontro tutti i giorni per le strade».