Il Brasile punisce il presidente Lula è costretto al ballottaggio

A novembre dovrà affrontare il conservatore Geraldo Alckmin

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

La nave di Inácio naviga il grande fiume controcorrente, verso l’ansa del ballottaggio, con i suoi pericoli di imboscate. Lo indicano, almeno, gli exit poll pubblicati dopo la chiusura delle urne e anche i primi risultati ufficiali che danno probabile una nuova sfida tra il «presidente operaio» e il suo rivale Geraldo Alckmin. Lula infatti è al 46,8 per cento dopo circa metà dei voti scrutinati, contro il 43,4 di Alckmin. E - secondo gli analisti politici - se lo scarto finale dovesse attestarsi intorno a 3-4 punti, la rielezione del presidente uscente sarebbe in grave pericolo.
Eppure fino a poche ore era parso che il ballottaggio non sarebbe stato necessario: il pittoresco vascello elettorale di Lula si era accumulato negli ultimi due-tre mesi un vantaggio considerevole sull’inseguitore moderato Alckmin e la dissidente di sinistra Helena. Poi negli ultimi giorni è arrivata l’ondata degli scandali. Niente di particolarmente nuovo né secondo le consuetudini politiche brasiliane, né per quanto riguarda i personaggi. Si sapeva che fra i fedeli di Lula nel Partito dei Lavoratori e in seno al governo agivano molti uomini corrotti, il che aveva costretto il presidente, personalmente non coinvolto, a una serie di dolorose e devastanti epurazioni interne. La gente si era arrabbiata ma, passato l’impatto immediato, si era riconciliata con Lula un po’ non ritenendolo responsabile personalmente, un po’ perché il suo governo ha lavorato in complesso bene nel settore cui ha dedicato quasi tutti i suoi sforzi: gli aiuti ai ceti più poveri ed emarginati, un miglioramento della loro condizione economica e civile. Tutto questo ai danni della classe media e mettendo a rischio l’intera economia brasiliana. Ma un rischio non è una catastrofe consumata e così le simpatie degli elettori hanno continuato a riflettersi su come Lula ha lavorato e non su come i suoi si sono riempiti le tasche.
Ma proprio a pochi giorni dal voto è scoppiato, probabilmente telecomandato vista la data, un nuovo scandalo, non più grave dei precedenti ma molto più visibile e contenente atti molto più sfrontati. Tutto il Paese ha visto i rotoli di banconote passare da una saccoccia all’altra di esponenti dell’industria, dei sindacati e soprattutto del Partito dei Lavoratori. Si è così sviluppata una reazione più forte del solito, che questa volta Lula non è stato in grado di affrontare nella sua maniera rilassata. Anzi sembra avere perduto un po’ la testa ed è giunto al punto di disertare l’ultimo dibattito pre elettorale con il leader dell’opposizione, evidentemente per risparmiarsi l’imbarazzo di un dibattito concentrato soprattutto sulla «questione morale».
Anche solo questo gesto può essergli costata l’elezione al primo turno. Ed ora il probabile ballottaggio aprirà una nuova campagna elettorale di quattro settimane obbligatoriamente dominata dall’argomento, quello della corruzione, in cui Lula è più debole rispetto all’avversario del centrodestra (anche se il suo partito si chiama Socialdemocratico), le cui quotazioni sono infatti rapidamente salite nelle ultime settimane, portandolo a ridosso di Lula. Nel ballottaggio Alckmin concentrerà tutte le sue risorse di tempo e di denaro battendo sul tema della corruzione e Lula sarà costretto alla difesa, con meno tempo a disposizione per insistere sul messaggio delle sue riforme economiche. Non per catturare il «voto di centro» (che non gli ha mai mostrato alcuna simpatia) ma per mobilitare ulteriormente le masse dei poveri, sia nelle metropoli sia nelle aree più remote.