Brava Carfagna, ma occhio alle crociate

Hillary Clinton è diventata lo zimbello del mondo occidentale, anzi della sua cattiva stampa, solo perché ha deciso di provare a diventare candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, utilizzando l’intero periodo che la legge e la situazione nel partito democratico consentono; lo ha fatto con la determinazione e la tenacia che l’avevano fatta diventare, appena laureata, assistente dei legali dello scandalo Watergate, poi avvocato nell’elenco dei primi cento d’America. Ha costruito la quasi miracolosa scalata del marito, ne ha tenuto a bada i grossi difetti ed enfatizzato le grandi virtù. Nel 2000 ha deciso che fosse arrivato il suo momento di correre da sola, è stata eletta senatore dello Stato di New York, nel 2004 ha vinto di nuovo, poi ha verosimilmente creduto di potersi candidare alla presidenza. Non mi interessa oggi come andrà a finire, mi interessa ricordare che con il curriculum appena sommariamente ricordato, la signora è stata oggetto di calunnie, battutacce, imitazioni e volgari allusioni, come se fosse calata dritta dritta da un lavoro di lap dancer per l’esperienza politica, da un film dell'orrore per l'aspetto estetico.
La stessa neanche tanto sottile pratica serpeggia in Italia, di fronte alla presenza di giovani signore molto avvenenti nel Parlamento e nel governo. Mara Carfagna, Fiorella Ceccacci e le altre non sono, come dicono gli inglesi, my cup of tea, ma non lo sono neanche le grigie funzionarie con lo scudiscio, coltivate a sinistra. Tutt’e due rischiano di obbedire e basta, l’ultima cosa che serve alle donne italiane dalle donne politiche. È sterile continuare ad attaccarle per la povertà della provenienza, meglio verificare la qualità delle persone che le consiglieranno, aspettare quel che faranno. Altrimenti ci dovremmo mettere a fare un bell’elenco di certi maschi eletti, che non sanno nemmeno nuotare o ballare.
Giudichiamo dai fatti. Mara Carfagna è partita bene, un’iniziativa azzeccata sulla corsia preferenziale per le badanti e le collaboratrici domestiche immigrate, che lavorano troppo spesso in nero, e che sono indispensabili a un Paese sempre più anziano. Così un ministro delle Pari Opportunità si qualifica. Poi ha cominciato a confondersi sugli omosessuali, e non perché ha giustamente negato contributi al Gay Pride; piuttosto perché ha parlato di diritti civili e condizioni sociali diffuse, di attentato all’unicità della famiglia, con una chiusura pregiudiziale inadatta a un governo che si dice «anche» liberale, con una rigidità imprudente all’inizio della legislatura. Attenta alle crociate, finisce come la lista di .