BRAVA MARIA A DIRE BASTA AI DOWN IN TV

È una saggia decisione quella presa da Maria De Filippi, che ha scelto di interrompere l'esibizione televisiva dei ragazzi Down all'interno di C'è posta per te dopo le polemiche sollevate dall'Agpd, l'associazione genitori e persone con la sindrome Down assai critica sul rischio di ridicolizzazione del comportamento dei ragazzi invitati in trasmissione. La decisione è saggia perché, fatta salva la buona fede del programma in questione, il solo rischio che vi siano telespettatori che scambino quei momenti per un siparietto da avanspettacolo, al grido romanesco «Aho Down facce ride!», dovrebbe tenere lontana ogni tentazione di proseguire oltre con questa nuova abitudine televisiva. Abitudine che oltretutto si sta trasformando in moda, dal momento che appena giovedì scorso le Iene hanno cavalcato l'onda arrivando a chiedere a un ragazzo Down di «fare un rutto». E anche di questo, a occhio e croce, non se ne sentiva proprio il bisogno. L'aspetto più positivo di tutta la faccenda è comunque l'intervento dell'Associazione, che non si è limitata a sensibilizzare la conduttrice del programma ma anche quei genitori che non si pongono problemi nel farvi partecipare i loro figli. In questo modo si è data voce a una fetta non marginale di opinione pubblica comprensibilmente perplessa di fronte alla china imperante, e si sono costretti programmisti e conduttori a interrogarsi sulle loro scelte a partire non da una critica esterna, ma da un disagio vissuto sulla propria pelle da genitori toccati in prima persona. È altrettanto chiaro che vi sono genitori di ragazzi Down favorevoli alla partecipazione dei loro figli allo show business televisivo, ma è intanto un bene che si sia aperta una discussione e che si possa sperare in una riflessione approfondita del fenomeno. Anche perché, allargando il discorso a un ambito più generale, occorrerebbe accorgersi che oggi le responsabilità della cattiva televisione non sono solo di chi la fa ma anche di chi la guarda (spesso supinamente, senza senso critico) e sempre più di chi vi partecipa in qualità di invitato (non si dice forse, rivolti alla «gente», che «la televisione la fate voi?»). Buona parte dell'uso cinicamente spettacolare di tanti momenti di vita privata, così come della cosiddetta tivù del dolore, avviene ormai con il consenso a cuor leggero di chi si presta a passare nel tritacarne televisivo senza valutarne appieno le conseguenze, con sconcertante indifferenza. Tutti i programmi contestati in questi ultimi anni e accusati di sfruttamento dei sentimenti (da quelli più sofferti a quelli più sdolcinati) hanno contato e contano sulla complicità acritica di chi vi partecipa. Per questo la presa di posizione dell'Agpd è meritevole di attenzione e del massimo rispetto.