Bravi e affermati: la meglio gioventù d’Italia

Non li trovi in copertina. Questo Paese li ha nascosti, sommersi, dimenticati, lasciati nell’ombra di qualche sottoscala. I nomi sono quasi anonimi, niente tv, qualche riga sui quotidiani, non vanno alle cene con la solita gente, quelli che da 40 anni sono convinti di essere gli unici architetti, gli unici intellettuali, gli unici che fanno moda, tendenza, parlano, disegnano, scrivono e finiscono sul Cafonal di Dagospia o sul Catalogo dei viventi di Giorgio Dell’Arti. No, loro semplicemente lavorano. Sono gli invisibili di successo.
Sangue giovane. È qui che ci sono le tracce di questa creatività sotterranea. Sono i nomi e i cognomi di 190 giovani talenti, raccolti in un volume. Il titolo è appunto Young Blood. L’editore è la rivista Next Exit. Il ministro Giorgia Meloni dice che qui c’è la «meglio gioventù» del post-Novecento. Almeno una parte, quella meno sommersa. C’è quello che viene scelto da una star internazionale come Moby per girare il suo ultimo video. Si chiama Stefano Bernardini. È di Torino, classe 1983. C’è un designer di venticinque anni, Francesco Marcellino, che vive a Treviglio, avamposto della Bergamasca, che inventa una borsa-scrivania per il computer e poi se ne va a lavorare a Ginevra per una maison di alta orologeria. C’è Laura Braga che è di Verona ma passa i suoi giorni ad Alghero ed è qui che con Milo Manara ha scritto e disegnato Quarantasei, il fumetto che racconta le gesta eroiche di Valentino Rossi. C’è Andrea Cammarosano, nato nel 1985 a Trieste, che espone la sua collezione «Crazyssimo.com» presso il Mode Museum di Anversa. Matteo Angelini dovrebbe fare l’ingegnere e invece passa l’anno Erasmus a Granada, dove si mette a fotografare le feste popolari spagnole. E vince il National Geographic Best Photo Awards. Antonio Zabardino fa il volontario a Haifa e Betlemme. È il 2005. Quattro anni dopo le sue immagini finiscono al Centre Pompidou di Parigi.
Questo sono solo poche storie. Quello che si vede, sfogliando le pagine di Young Blood, scartabellando tra le biografie e i racconti è che tutti si muovono senza frontiere, ma la loro casa è qui, in Italia. Non sono andati via. Non sono cervelli in fuga. Stanno qui e cercano spazio, qualcuno viene da Roma o da Milano, tanti, tantissimi, dalla provincia, dai paesini del Nord e da quartieri del Sud che ti porti dentro come un marchio, anche se fai di tutto per metterci una croce sopra. La scelta iniziale è una laurea di quelle che pesano, molti ingegneri, parecchi architetti, poi c’è la frattura, il talento segue il suo destino e scommette, magari bestemmiando contro una società, un mondo del lavoro, che non premia chi rischia, ma chi invecchia. La creatività è fermento non quiete. Fa male. Il talento è ossessione, egoismo, lavorare per anni sulla stessa idea, senza soddisfazioni, senza sicurezza, con il rischio di aver perso anni, amori, vita. La cosa peggiore è che la nostra cultura del lavoro non mette il talento al primo posto. L’Italia è strozzata da una vocazione conservatrice. È la sindrome di Sanremo. Le idee più gettonate devono essere orecchiabili, già sentite, con una tendenza a non forzare mai la mano al mercato, ad assecondarlo verso il basso, in una linea mediana che odora di mediocrità.
La minestra è questa. È quello che ci rimproverano dall’estero, con il gusto di poter dire che les italiens stanno perdendo il loro magico elisir. Non hanno più fantasia. Il New York Times qualche tempo fa ha cantato il de profundis del Made in Italy. Le Figaro parla di «mausoleo della creatività». Il periodico tedesco Mode un Trend dice che tra 10 anni saremo un Paese ad alto tasso di mediocrità. È quello che vedono e forse sperano, ma non sanno che l’Italia sta smaltendo le scorie di un Novecento che non è stato ancora archiviato, tenuto in vita da un’oligarchia culturale reazionaria e asserragliata in cittadelle e roccheforti. È il prezzo da pagare a un sistema sociale ed economico disegnato un secolo fa e che ora serve solo a tutelare gli interessi di una casta vecchia, rancorosa e ipergarantita. E purtroppo molta di questa gente, che da giovane ha portato tutti i sogni in piazza solo per bruciarli, lasciandosi alle spalle solo cenere e macerie, non ha neppure un bagaglio di esperienze da tramandare, tranne i sotterfugi del potere per il potere. Nessun volo, nessuno slancio, nessuna fantasia.
Qualcosa sta cambiando. La creatività, quella vera, prima o poi trova una strada, una crepa nel muro, e sceglie percorsi imprevedibili. La meglio gioventù di questo post-Novecento ha tramutato la precarietà in viaggio, esperienza, e qualche volta si è trovata con le spalle al muro si è giocata il tutto per tutto, con un lancio di dadi. È andata via e si è ritrovata a casa. E si è scoperta più forte.