«Bravo Tettamanzi, moschea a Cascina Gobba»

«A noi hanno fatto comprare l’immobile, e poi non ce lo fanno usare, e ora potrebbe succedere la stessa cosa anche agli amici di viale Jenner». L’imam Abdallah Tchina ha fatto di tutto per trasferire lì, a Cascina Gobba, la sua Casa della Cultura islamica, che dal civico 38 di via Padova si era già trasferita al 144, e ora continuerebbe lo spostamento verso l’esterno della città, in una sede più grande e accogliente.
E non ha rinunciato al progetto, anzi lo ripropone ora che la questione è tornata di strettissima attualità, sia per la chiusura (parziale) del centro di viale Jenner, sia per il discorso alla città con cui l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, ha chiesto a Milano di ripartire dal dialogo e di assicurare ai fedeli musulmani la soluzione di un «bisogno urgente»: «Tanti luoghi di preghiera in tutti i quartieri».
Tchina ha apprezzato le parole del cardinale Tettamanzi: «Sono d’accordo con lui, la libertà di culto è garantita dalla Costituzione italiana, e deve essere assicurata». Sulla concreta applicazione di questo principio (una sola grande moschea milanese o “tante” piccole) e sulla localizzazione di questa preghiera milanese, poi, l’imam non ha un’opzione precisa: «L’importante è che questi siano luoghi dignitosi per la preghiera della comunità musulmana». C’è chi, anche simbolicamente, preferirebbe una grande moschea.
Venerdì in via Padova hanno pregato più di mille persone, i responsabili del centro hanno dovuto dividerli in tre turni, e lasciare fuori chi non entrava: «Non è bello chiudere la porta in faccia a chi viene nella casa del Signore», dice l’imam.
Per questo - «con i soldi delle offerte dei fedeli», assicura - l’istituto ha acquistato il fondo in via Padova 366. Un luogo ben servito dai mezzi di trasporto pubblico, metrò e autobus. Nei piani c’era anche un parcheggio. Il progetto prevede un edificio di tre piani, solo uno dei quali destinato alla preghiera, il resto a uffici, biblioteca e sale per incontri e conferenze. Si parlava di una copertura in vetroresina, a rappresentare la trasparenza verso la città, di un centro che ha fama di essere moderato e aperto alle altre religioni.
Come è finita? L’imam assicura che lui non ha affatto rinunciato al progetto, ma che «il Comune non dà le autorizzazioni necessarie», e che lì «ci saranno ormai i topi». Con il centro di viale Jenner - dice - i rapporti sono come quelli che intercorrono fra due «parrocchie diverse», ma Tchina li avverte: «Il Comune farà la stessa cosa anche con loro».